Monti e il centrismo: nuova politica o vecchio bluff?

Si è ormai conclusa l’esperienza del governo Monti e prima di avviarci verso le elezioni politiche del 2013 è bene fare un bilancio di questa parentesi tecnico-politica, che probabilmente non scomparirà con l’uscita di scena del ex premier. In questi tredici mesi il governo dei tecnici ha cercato di ottenere credibilità agli occhi degli italiani presentandosi come governo al di sopra delle parti, capace di cogliere il meglio dagli schieramenti di centro-destra (Pdl,Udc e Fli) e di centro-sinistra (Pd) che lo avrebbero sostenuto. Insomma si è presentato come forza tecnica di centro, equidistante dalle due principali linee di azione politica (destra-sinistra) e quindi capace di praticarle entrambe. Il primo slogan del governo Monti era infatti “rigore, equità e crescita”, ovvero promessa di tagli (alla spesa pubblica), redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico, una buona sintesi tra politiche di sinistra e di destra. Il rigore, cioè le politiche di austerità, è uno strumento tipico dei governi di destra che ha inciso profondamente in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con le politiche di taglio dei servizi dello Stato soprattutto a partire dagli anni ’80. L’equità, cioè politiche basate sulla redistribuzione della ricchezza e la costruzione di un Welfare State a difesa del cittadino, sono politiche tipicamente di sinistra realizzate ad esempio dai governi socialisti che si sono susseguiti in Europa tra gli anni ’60 e ’70, e particolarmente nei paesi scandinavi. Infine lo sviluppo economico senza una specificazione sulle modalità del suo raggiungimento non può trovare definizione, in quanto un governo di destra tenderà a conseguirlo con la riduzione della tassazione e della spesa pubblica assieme ad un investimento a favore delle imprese, mentre un governo di sinistra punterà ad ottenerlo tramite un aumento dei salari dei lavoratori, una redistribuzione della ricchezza e l’investimento nell’istruzione e nella ricerca (meglio se pubbliche) e tramite politiche attive per la creazione di posti di lavoro (aumento della spesa pubblica). Non specificare come si intende realizzare la crescita, come ha fatto il governo Monti, equivale pertanto a non spiegare come si intende perseguirlo.

Ma veniamo alle cose fatte dal governo per poter misurare sui fatti, le promesse da esso inizialmente realizzate.

Una delle prime riforme introdotte dal governo dei tecnici è stata quella sulle pensioni, dal ministro Fornero. Questa legge ha innalzato l’età pensionabile dei lavoratori portandola a 62 anni per le donne dipendenti (63 per le lavoratrici autonome) e a 66 per gli uomini, passando da un sistema retributivo calcolato cioè sulla reddito ad un sistema contributivo, stimato sui contributi versati. Nel realizzare questo passaggio sono stati penalizzati molti lavoratori con più di 40 anni di lavoro sulle spalle che avevano cominciato la loro attività molto presto (14, 15 anni), che nel passaggio al nuovo sistema si sono visti prolungare l’attività lavorativa e allontanare la pensione. L’allungamento del periodo lavorativo è stato calcolato sulla base dell’aspettativa di vita e non tiene conto delle sostanziali differenze che intercorrono tra un’operaio che lavora in fonderia e il dipendente che svolge le sue mansioni in ufficio. L’imprecisione nel passaggio al nuovo sistema ha anche portato alla nascita degli esodati, persone in età avanzata che avendo perso il lavoro durante la crisi non riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro, ma neanche a maturare la pensione, rimanendo in un limbo senza protezioni. Insomma questa riforma che voleva ottenere un risparmio considerevole sulla spesa pubblica è stata realizzata senza tenere conto delle differenze tra i lavoratori, senza prendere seriamente in considerazione il diritto di quest’ultimi di godere di una vecchiaia dignitosa dopo una vita di lavoro e penalizzando le giovani generazioni che con l’aumento dell’età pensionabile si trovano ad avere una minore possibilità di collocarsi nel mondo del lavoro.

La riforma del lavoro, sempre del ministro Fornero, ha poi introdotto la possibilità per un datore di lavoro di licenziare un suo dipendente, anche senza “giusta causa”, affidando poi al giudice in caso di esposto del lavoratore la decisione dell’eventuale reintegro (o di un equo indennizzo in denaro). Questo provvedimento ha determinato la manomissione dell’articolo 18, che tutelava il diritto del lavoratore a non essere licenziato per ingiusta causa, al fine di aumentare la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (licenziamenti). Non si è fatto lo stesso nella costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali universale che favorisca la ricollocazione dei lavoratori licenziati, campo in cui l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) è andata ad integrarsi con il sistema della cassa integrazione senza arrivare alla costituzione di un modello nuovo e organico capace di tutelare tutti i lavoratori. Inoltre la riforma non ha inciso sulla riduzione delle tipologie di contratto atipiche che sono rimaste 34, elemento che pone il lavoratore precario in una situazione di forte debolezza nei confronti del datore di lavoro. Tra le norme positivamente introdotte dalla riforma c’è il nuovo contratto di apprendistato che favorisce l’accesso dei giovani ad un’esperienza di lavoro formativa. Insomma una riforma che aumenta di fatto la flessibilità e la precarietà senza favorire la possibilità di riqualificazione del lavoratore. Ci si chiede, anche qui, dove stia l’equità di un governo che si è dichiarato di “moderati”.

La Speding Review (revisione della spesa pubblica) del governo poi si è caratterizzata come taglio lineare non realizzato con sufficiente attenzione per gli elementi di spreco e per quelli positivi. Ad esempio la riduzione delle entrate per i comuni e gli enti territoriali è stata realizzata riducendo alla fonte l’erogazione di denaro da parte dello Stato, senza tenere conto delle differenze tra i comuni virtuosi e quelli che negli anni avevano sperperato denaro pubblico. Unitamente al patto di stabilità, che ha bloccato l’accesso a fondi in eccesso per i comuni virtuosi, questa revisione della spesa ha messo in grave difficoltà anche le buone amministrazioni che al pari delle altre hanno dovuto intervenire anche tagliando servizi essenziali, come gli asili nido e i trasporti pubblici, colpendo direttamente i cittadini. Nel campo della sanità, settore già in sofferenza, si è agito allo stesso modo senza avviare riforme sostanziali, ma riducendo l’erogazione alla fonte. Dunque anche in questo caso, molto rigore e poca equità.

Un altro esempio in questo senso è rappresentato dall’IMU, la tassa sugli immobili che riprendendo l’impostazione dell’ICI ha ridotto le distinzioni tra le case (limitando le possibilità di detrazione), ha reso beneficiari dell’incasso della tassa oltre al comune anche lo Stato (mentre prima era solo un’entrata comunale) ed infine ha applicato delle aliquote sulla base delle quali i comuni possono alzare o abbassare il loro rendimento, cosa che unita al patto di stabilità e ai tagli già subiti ha spinto gli stessi ad alzare le aliquote. Questo meccanismo ha portato alla creazione di una tassa più salata rispetto alla precedente Ici, che ha colpito tutti i proprietari senza tenere in dovuto conto le distinzioni esistenti.

Veniamo poi al ddl anticorruzione,  che doveva contribuire a sviluppare un sistema più moderno e trasparente, soprattutto introducendo ostacoli alle candidature di soggetti con procedimenti penali in corso o condannati in via definitiva. Questo provvedimento, pur essendo stato spinto da una campagna mediatica favorevole, è stato depotenziato dall’azione del Pdl risultando infine decisamente annacquato:  prova ne è il fatto che in materia di falso in bilancio, auto-riciclaggio e sui tempi di prescrizione il governo non sia intervenuto e che l’esclusione dalla candindatura venga applicata solo ai condannati in via definitiva in processi penali con pene superiori ai due anni. Ciò appare quantomeno bizzarro, se si considera che uno dei requisiti necessari a qualunque cittadino che aspiri ad un normale posto di lavoro è proprio una fedina penale assolutamente pulita e spesso non gravata da processi in corso.

La legge di Stabilità, infine, partita da un budget di 15 miliardi per poi lievitare fino a 30 (e qui sarà l’imminente campagna elettorale, ma il rigore è proprio saltato) vede al suo interno il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con 3,4 miliardi di euro. Vi è poi la promessa e mancata riduzione dell’Irpef (imposta sui redditi alle persone fisiche) tassa divisa in 5 scaglioni sulla base del reddito. La riduzione era prevista sui primi due scaglioni, cioè per i contribuenti che percepiscono 15.000 e 28.000 euro l’anno (in maggioranza operai e dipendenti). Il taglio è stato “compensato” con l’aumento alle detrazioni sulle spese per le famiglie con più di due figli e ai disabili. In un paese come l’Italia che da anni è in calo demografico, la misura risulta essere per pochi. Vi è inoltre l’aumento dell’Iva, dal 22% al 23%, già salita di un punto a settembre, tassa indiretta che colpisce tutti indistintamente quindi altamente regressiva. Ed infine una riduzione dell’Irap (imposta regionale attività produttive) che favorisce le aziende, assieme alla detassazione dei salari di produttività (riduzione fiscale del 10%) grazie alla quale si riduce la pressione fiscale sul lavoro notturno, festivo e straordinario. Quest’ultima misura, in condizione di mancanza di investimenti fissi sull’innovazione, non si configura tanto quanto aumento di produttività quanto come aumento della spremitura dei lavoratori a beneficio delle aziende.

In questo quadro sono mancati, o sono stati marginali i provvedimenti per lo sviluppo economico (vedi decreto sviluppo e sviluppo 2) che passa attraverso l’impiego di investimenti per la crescita. È mancata l’equità che come visto nei passaggi sui provvedimenti è sempre stata messa da parte a favore del rigore, realizzato nella maggior parte dei casi sulle spalle dei ceti meno abbienti e su quello del ceto medio. Pertanto questo governo si è rivelato un governo di destra, altamente classista che ha scaricato il costo della crisi sulle fasce più deboli e sul ceto medio, colpendo il settore pubblico e non incidendo nel privato (lotta all’evasione, alla corruzione e ai privilegi). Non è riuscito a migliorare le condizioni per dare la possibilità ai ceti produttivi di rimettere in moto il processo di sviluppo, dal momento che ha continuato ad aumentare il gettito fiscale che colpisce chi produce (e non le rendite finanziarie e i patrimoni). Questa politica, in continuità con quella di Berlusconi, ha generato una sempre più stretta élite che beneficiando di un patrimonio finanziario enorme ha la possibilità di sfuggire al controllo dello Stato (evasori, detentori di capitali spostati all’estero, investitori finanziari) e dall’altra parte ha creato una larga fascia di popolazione che oscilla tra un ceto medio impoverito e una classe di lavoratori che scivola verso la povertà relativa e assoluta. Questa situazione ha determinato un blocco dell’economia reale, in quanto il flusso di denaro tende a circolare solo ai piani alti e trasformarsi in forme sempre più virtuali (derivati e prodotti finanziari): sempre meno persone investono nelle imprese e nell’economia reale perché i tassi di profitto sono ridotti rispetto all’investimento finanziario e le condizioni di sviluppo difficili. A fronte di tutto ciò assistiamo al riposizionamento di molti partiti che si dichiarano moderati o si spostano verso quest’area (interpretata secondo molti dal governo Monti): Berlusconi che vuole unire i moderati, Casini che si dichiara moderato e sostenitore del governo e il Pd che promette di continuare l’agenda Monti, aggiungendo un po’ di lavoro ed equità. In tanti si allineano ad un’area che di fatto non ha definizione, perché il centrismo in Italia non si caratterizza come politica dell’equidistanza tra destra e sinistra come visto, ma si tramuta in un modo per ritagliare una politica fatta sulle esigenze del leader e dei poteri che lo sostengono, prima di Berlusconi con il suo personalismo e ora di Monti con il mondo delle banche e dei mercati alle spalle. In questa corsa al centro si perdono di vista i contenuti e le differenze tra le forze politiche, e così finisce per emergere la coalizione guidata dalla personalità che più attrae gli elettori.

Potrebbe quindi essere utile tornare ad una distinzione più netta delle risposte politiche, in un quadro dove venga detto chiaramente come si intende uscire dalla crisi, se con un taglio dello Stato e con una maggiore libertà di impresa (uscita a destra) o con una maggiore redistribuzione della ricchezza e con politiche attive per il lavoro (uscita a sinistra). Lo schiacciamento al centro è solo un modo per non dire come si intende rispondere alla crisi e per nascondere ambiguamente la propria identità politica o gli interessi di cui si è portatori.

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