Jules e Jim: il triangolo della vita estetica (di Matteo Tomasina)

M’hai detto: ti amo.

Ti dissi: aspetta.

Stavo per dirti: eccomi.

Tu m’hai detto: vattene.

Mi è capitata una di quelle belle discussioni inattuali, nel senso che non si legano a nulla di ciò che sta capitando in questo momento, che non coinvolgono in alcun modo i problemi più urgenti della collettività e proprio per questa ragione possono essere sempre fatte e rimangono sempre interessanti (e contemporanee).

Una mia amica mi ha chiesto, così come dal nulla: perché pensi che sia così popolare il film Jules e Jim? Per chi invece non lo pensa, il film è uno dei capolavori del regista francese Francois Truffaut, uscito nelle sale nel lontano 1962. Godibilissimo oggi come allora. Lei non intendeva dire che non fosse bello, ma che proprio non ne coglieva la popolarità e il successo, e come mai nonostante il tempo esso mantenga una sempre rinnovata nicchia di cultori. Io l’ho visto, lei l’ha visto, evidentemente molte nostre conoscenze comuni l’hanno visto. Cos’ha di speciale?

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Innanzitutto, un piccolo aggiornamento è dovuto a chi del film non ha mai sentito parlare, non ha avuto occasione di vederlo oppure non si ricorda quasi niente. La pellicola è tratta, e rispecchia in modo piuttosto fedele il romanzo di un altro francese, Henri-Pierre Roché, intitolato anch’esso, per l’appunto, Jules e Jim (1953). La storia è quella dei due amici eponimi, che si conoscono negli anni immediatamente a ridosso della Prima Guerra Mondiale, sono entrambi intellettuali e scrittori e danno inizio a un bel sodalizio artistico e sentimentale. Sono entrambi giovani, belli, molto affascinati dalle donne. Poco importa, ai fini del punto a cui vogliamo arrivare, ricordare anche che sono uno francese, l’altro tedesco. Jules è un carattere più mite, schivo, ma anche sognatore e ingenuo. E’ quasi un personaggio naif, capace proprio per questo di momenti di spensierata allegria. Jim, un diplomatico mancato e giornalista, appare come una personalità più forte, razionale. Ha un carattere più attivo e meno contemplativo di quello di Jules. Ma fra l’amicizia dei due tutto questo non provoca nessuna incrinatura.

I due amici si dedicano alla vita estetica della fin de siècle: scrivono, viaggiano, seducono. La Grande Guerra è una parentesi che passa quasi come un battito di ciglia. Al ritorno entrambi ringraziano Dio di non essersi mai incontrati sui due fronti opposti e rinsaldano il loro legame. Nulla sembra essere cambiato se non per il fatto che Jules, il contemplativo, ha una moglie, Catherine; ma il rapporto fra i due coniugi è definitivamente appassito.

Catherine, la bellissima Jeanne Moreau nel film, è certamente una femme fatale (come canta, accompagnata da Boris Bassiak, in una celebre sequenza), ma anche e soprattutto uno spirito libero, che afferma prepotentemente la propria autonomia nei confronti dei rapporti con gli uomini. Ha avuto numerosi amanti, ognuno dei quali era una freccia scoccata al cuore del marito ogni volta che riteneva che questi l’avesse ferita o delusa. Sarà lo stesso comportamento che continuerà a tenere con Jim, una volta che lui diventerà il suo nuovo compagno.

Proprio da questa scandalosa relazione muove il motivo fondamentale del film: l’amore tra Jim e Catherine non intacca infatti la perfetta amicizia tra lui e Jules, che non conosce gelosia nei confronti dell’amico. La relazione fra i personaggi si risolve, apparentemente, in un estetico ménage à trois, senza inganni, senza squallore, puro. Gli alti e bassi sono dati dal carattere volubile, deciso ma capriccioso di Catherine: fughe, minacce, tentati suicidi e tradimenti reciproci rendono la relazione con Jim particolarmente tormentata (<Chi di spada ferisce, di spada perisce. Loro si erano dati e ancora si davano dei gran colpi di spada>, scrive Roché. <Ma chi regala sorrisi graziosi, è salvato da sorrisi graziosi. E loro si erano regalati e ancora si regalavano sorrisi graziosi>).

Catherine è una figura nietzschiana nella sua affermazione del fluire costante della vita che non vuole incontrare argini. Capace di dolcezza e crudeltà, concentra su di sé costantemente l’attenzione e l’ansia dei due uomini (come ben rappresentato dal “salto nella Senna”). Non svelo il finale del film (e del libro), che è quello tipico però di ogni grande storia d’amore.

Perché il successo, seppur fra una (forse neanche troppo) limitata nicchia di cultori? Sicuramente, il film coltiva il sogno di una vita estetica, incentrata sul “triangolo” di amore, amicizia, e arte. E’ il vago desiderio di una vita libera, nel senso di libera espressività. Il desiderio di una vita dove il desiderio è libero, scusate l’impiccio. Ma una lettura di questo tipo nasconderebbe il lato più interessante, e forse veramente affascinante, della vicenda di Roché.

Dobbiamo però premettere una cosa non ancora detta: Jules e Jim è, eccetto che per il finale, una vicenda realmente accaduta. L’atmosfera rarefatta nasconde la vicenda biografica di Roché, cioè, nella narrazione, Jim*. Non siamo, nell’intuizione fondamentale, di fronte a un artificio intellettuale. Né il romanzo, né il libro, pur nelle loro memorabili scene artistiche e sentimentali, rappresentano una condizione di idillio e di avvenuta liberazione. In realtà, ciò che si mostra sono tutti i limiti che l’approdo a questo tipo di vita comporta. Del resto, sotto il “mito” dell’amicizia di Jules e Jim, non c’è in fondo anche il ritratto di un uomo fondamentalmente debole (Jules)? E l’amore tra Jim e Catherine, non è anche il rapporto con una donna volubile, capricciosa, narcisista? Ma, al di là di questo, il racconto si muove benissimo all’altezza della linea di tensione fra ideale e reale. Il ménage à trois, l’amore libero, non è giudicato moralmente in nessun modo. Non viene posto a priori il problema di ciò che è giusto e sbagliato, almeno in assoluto. Ma l’esperienza è quella di un grande fallimento, come testimonia il finale della vicenda. Banalizzando, è un po’ come se Roché volesse dirci “l’ho fatto, questo è tutto il bene e il male che succede”. Si può coltivare il sogno della vita bella, si può farlo durare, ma prima poi il reale metterà in scacco l’ideale. La vita, pur essendo materia plastica, sopporterà tensioni fino a un certo punto. L’esito di una vicenda come questa può essere soltanto la fine, la morte fisica, che interrompe il sogno prima che appassisca, o la morte al proprio ideale di vita libera. La felicità richiede di arrivare fino al baratro, di precipitarci, o di deviare all’ultimo momento e porsi in salvo, al costo del compromesso. Come si sente di affermare nel film Truffaut: <Jim pensava: è bello voler riscoprire le leggi umane, ma è molto meglio adattarsi a ciò che già esiste. Abbiamo giocato con la sostanza della vita, e abbiamo perso>.

*Nonostante l’astrazione del romanzo, la vicenda reale di Jules e Jim non fu immune alle ondate della storia. Jules, al secolo Franz Hassel, era ebreo, e morì nel 1941 internato in un campo di concentramento nazista, solo pochi mesi prima del suicidio di un suo carissimo amico, il filosofo Walther Benjamin. Insieme, sono i traduttori in tedesco de Alla ricerca del tempo perduto, di Proust. Il figlio di Hassel e della donna che nel romanzo è rappresentata da Catherine ha ereditato l’intelligenza del padre e il carattere deciso e ribelle della madre: l’ormai anziano Stéphane Hassel è stato partigiano, ha partecipato alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ha di recente pubblicato un pamphlet che, diventato un best seller, ha dato l’innesco a un ben noto (e attuale) terremoto sociale: Indignatevi!.

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