Se D’Alema avesse ascoltato Muddy Waters…

McKinley Morganfield nacque a Rolling Fork, nella contea di Sharkey, Mississippi, nel 1915. Neanche il tempo di compiere tre anni, e sua madre morì, lasciando solo lui e altri nove figli. Suo padre, come spesso accadeva ai braccianti negri del sud, vagava fra le contee circostanti a caccia di lavoro dai “capi” latifondisti del cotone. McKinley e gli altri nove fratelli Morganfield si trasferirono così dalla nonna materna, a Clarksdale, Mississippi.  Fu lei a soprannominarlo Muddy, “fangoso”, perché adorava sguazzare nelle acque torbide del Grande Fiume, che scorre poche centinaia di metri a ovest del centro abitato di Clarksdale.

Muddy Waters, davanti casa, con la chitarra.

Durante tutta la sua adolescenza, la sua occupazione diurna consisteva in spezzarsi la schiena nei campi di  cotone, ma verso sera la chitarra reclamava di diritto il posto che di giorno spettava alla zappa. E giù di blues, si direbbe, davanti a casa, alle feste contadine con l’odore di pesce gatto fritto o in qualche Juke Joint della contea dove suonavano bluesmen del calibro di Son House.

Muddy trasse la sua ispirazione da lì, da Son House, Charley Patton e Robert Johnson, quello che vendette l’anima al diavolo all’incrocio tra la 49esima e la 61esima in cambio di un talento straordinario per il blues. Ma quella di Robert Johnson è un’altra storia, finita male quando all’età di 27 anni (RJ fu il primo del cosiddetto “club dei 27”) il diavolo tornò a riscuotere il suo credito.

Pare facile dire blues, e forse pure da suonare non risulta complicatissimo, specialmente se sei un negro del Mississsippi o del Tennessee. Ma le radici delle dodici battute che articolano una strofa blues e della scala pentatonica, partono dal centro della terra e delle cartine geografiche, l’Africa, culla della cultura di Homo Sapiens. Quelle antiche radici a forma di ritmi e suoni hanno attinto poi da quattro secoli di schiavismo, da un secolo di proletariato agrario e di work songs con la loro tipica struttura “call and response”, da una buona dose di religiosità mezza cristiana mezza pagana distillata nelle cerimonie battiste e negli spirituals. Insomma da tanta, tanta roba. Per fare un paragone con qualcosa di più vicino a noi, il blues dei primordi era qualcosa di simile ai canti delle nostre mondine, non tanto dal punto di vista musicale, quanto da quello sociale.

Nel 1941 avvenne uno di quegli incontri che il destino tiene nella manica, come un asso da giocare quando la partita della storia è a una svolta all’insaputa dei contemporanei. Uno studioso di antropologia (uno dei più celebri etnomusicologi americani), texano e bianco sta percorrendo in lungo e in largo il sud degli Stati Uniti per conto della Archive of American Folk Song di Washington. Resosi conto che la meccanizzazione dell’agricoltura stava mettendo a repentaglio la cultura popolare afroamericana, si era dato la missione di campionare quella musica prima che si perdesse nell’esodo dei braccianti negri dal Sud rurale alle le città del Nord industrializzato, fatto di tutt’altro tipo di ritmi e sonorità.  Fu così che il registratore di Alan Lomax incontrò la voce e la chitarra di Muddy Waters, a Clarksdale, Mississippi, nel 1941.

Sentire il proprio sound riprodotto da una macchina spinse Muddy ad abbandonare definitivamente il lavoro nelle piantagioni. Come quella di tanti altri, anche la sua strada portava verso nord e più precisamente verso Chicago, Illinois. La zappa la si poteva lasciare a Clarksdale, ma a Chicago con la chitarra si poteva guadagnare qualche dollaro.

Nel frattempo l’FBI teneva sotto controllo Alan Lomax. « L’investigazione condotta tra i vicini dimostra che è un individuo molto strano: si interessa soltanto di musica folk, è davvero poco affidabile e scontroso. […] Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza, praticamente non si cura del suo aspetto». Si direbbe che oltre ad essere bianco, texano e acculturato, Lomax avesse simpatie comuniste, e infatti: « Da una fonte confidenziale di informazioni è stato fatto sapere a questo Bureau che un certo Allan [sic] Lomax, che è impiegato alla Sezione Musicale della Biblioteca del Congresso, è sulla base del resoconto un simpatizzante del Partito Comunista[1]».

Alan Lomax alle prese con le sue registrazioni.

A Chicago intanto, di nuovo un bianco incrociò la propria strada con quella Muddy Waters. Si chiamava Leonard Chess, un ebreo polacco con la passione della musica, l’ambizione borghese tipica del sogno americano e un’idea che realizzò ben presto: aprire una casa discografica a Chicago, dandole il nome forse poco originale di Chess Records. Tralascio per motivi di brevità l’affascinante storia della Chess Records (vi consiglio il bel film di Darnell Martin, Cadillac Records, del 2008, che la racconta molto bene), ma vi basti sapere che Muddy incise per Chess scalando le classifiche e portando il blues nero al successo nazionale.

Nel maggio del ‘55 piomba nello studio della Chess Records un nero di Saint Louis, che a forza di suonare i ritmi incalzanti del country bianco aveva acquisito una certa velocità sulla tastiera della chitarra. Ma anche per Chuck Berry le radici etniche e musicali affondavano nelle dodici battute e nelle pentatoniche del blues nero. Per una sorta di magica alchimia, i due filoni musicali rincontratisi nel Nuovo Continente dopo millenni di separazione vissuta nel Vecchio Mondo (un divorzio da far risalire forse al Paleolitico Inferiore) si accoppiarono di nuovo dando origine di fatto al Rock’n’Roll.

Molti sostengono che negli Stati Uniti la segregazione, il conflitto tra bianchi e neri fosse solo un altro modo per chiamare più apertamente quel fenomeno che in Europa veniva di prassi definito lotta di classe. Verissimo, solo che figuriamoci, in Nordamerica un determinato lessico marxista creava un certo imbarazzo durante la Guerra Fredda. Prima che la politica di Malcolm X, del reverendo King e le lotte per i diritti civili, fu la musica e quindi la cultura a minare il muro razziale e sociale tra bianchi borghesi e proletari neri. Elvis e Chuck Berry, insomma. E se passate da Beale Street, a Memphis, Tennessee, dove ML King fu ucciso il 4 aprile del ‘68, non c’è la statua di Abramo Lincoln, ma quella del re del rock’n’roll. A Sam Phillips, padrone della Sun Records di Memphis, sono attribuite queste parole: «Se trovassi un bianco che canta con l’anima di un negro diventerei miliardario». Trovò Elvis.

La statua di Elvis a Beale Street, Memphis

Waters, Lomax, Chess, Berry, Presley, Phillips in America sono eroi nazionali, degni delle Hall of Fame di cui vanno tanto orgogliosi. A loro sono intitolati musei, monumenti, strade e piazze. Se la vittoria in Europa gli americani l’hanno ottenuta con le armi, per la vera conquista si sono serviti della cultura. Ma a causa del nostro compulsivo consumo di cultura americana può esserci sfuggita una parte più o meno consistente di quella storia, del suo significato e del valore che essa potrebbe rivestire anche per noi del Decrepito Continente. D’altronde consumo e approfondimento sono due termini che non vanno affatto d’accordo. A questo proposito, apro un inciso: faccio un appello a Coop Estense che anche oggi mi fa trovare nella cassetta della posta una delle sue 2 milioni di copie cartacee del bel mensile “Consumatori”, pieno di articoli scritti da stagisti sottopagati per cantarsela e suonarsela. Dato che mi chiamate “Consumatore”, da domani riconsegno la tessera di socio che i miei mi convinsero malauguratamente a sottoscrivere in nome della convenienza, prima che tutta l’opulenza di frutta e verdura fuori stagione non venisse a farmi vomitare.  Le fragole a febbraio…ma chi diavolo le compra? Peraltro in questo bellissimo numero di Consumatori a pagina 34 c’è un articolo che si intitola “L’invenzione del consumerismo gentile”, che a parte l’italiano da scuola dell’obbligo è un inno all’autocompiacimento e al moralismo che neanche Dickens due secoli fa avrebbe saputo inventarsi. Vi consiglio di leggervelo, se volete farvi quattro risate. Fine dell’inciso. Parlavamo di cultura.

Non abbiamo capito che la fortuna della cultura americana è stato il fatto di essere popolare. O meglio, i nostri intellettuali lo sanno perfettamente e ben si sono guardati dal prendere esempio. Vi siete chiesti perché in Nordamerica non esiste il termine “populismo”? Provate a cercare su Wordreference la traduzione anglo-americana di “populismo”, vi esce: “cercavi forse botulismo?”. Se Barack Obama canta, da nero qual è, il blues con Aretha Franklin o Bill Clinton suona il sax a The Arsenio Hall Show non lo si chiama populismo. E’ normalità. Invece in Italia gli intellettuali (di centro e sinistra) non vedono l’ora di tirare fuori dal cilindro il “populismo” berlusconiano, definendolo “tipico di un regime sudamericano” (a Veltroni in particolare piace da morire). Cosa abbiamo in comune con il Sudamerica, di cui il cosiddetto populismo è figlio? Lo so a cosa state pensando…siete sulla strada giusta, e qua rischiamo di essere messi all’indice. Più in generale la definirei come la divisione mai sanata tra la Cultura “alta” e la cultura “popolare”, tipica di un sistema ancora feudale, in cui l’aristocrazia detiene il potere politico e la cultura, lasciando al popolo le tradizioni, il “folklore”, mentre la borghesia sbava per occupare i palazzi dei signori.

Una barriera invisibile quella tra cultura alta e popolare che era compito dei sedicenti comunisti-socialisti-socialdemocratici-democratici abbattere: ma quando si sono trovati al di là del fosso, bé gli è piaciuto, quello stile di vita…e così si sono ben guardati dal lasciare aperto il ponte levatoio. Ecco perché in Italia non c’è mai stata una rivoluzione inglese, francese o russa, perché chi la doveva veicolare qui è sceso a patti con un re di lignaggio medievale e poi pure un papa, anch’egli per definizione poco incline al progresso (anche se ora ha messo su Twitter, applausi). Ecco cosa ci accomuna col Sudamerica post-coloniale.

Non sarà questo il motivo per cui il primo mondo ci deride quando Berlusconi vince quattro tornate elettorali su sei? O perché la retorica celtista della Lega ha così tanto successo al Nord? Come popolo abbiamo preferito sempre il leader o il partito popolare (che da noi equivale a populista) al dotto intellettuale nato e cresciuto nell’inaccessibilità del palazzo, destinato per diritto di sangue al seggio di velluto rosso, all’intellettuale che si stupisce del successo “populista” di Beppe Grillo, allo stesso intellettuale bocconiano che va al governo solo in un momento di sospensione della volontà popolare, per decisione del Quirinale.

Non so perché, ma ho la netta sensazione che la frase “dobbiamo investire di più in cultura e ricerca, il vero patrimonio dell’Italia”, più del nostro zero e qualcosa percento del PIL, sia una fregatura quando la dicono i politici. Perché non lo fanno, allora, dopo averlo sbandierato in tutti i programmi elettorali dal dopoguerra ad oggi?

Non è che se la cultura diventa patrimonio comune, priva di distinzioni in “alta” e “popolare”, c’è davvero il rischio che diventiamo veramente democratici?

Gli intellettuali di sinistra diranno che sto semplificando, mentre loro vedono la “complessità”…Confesso di aver imparato a diffidare di chi evoca la complessità quando deve argomentare, perché per esperienza posso assicurare che il loro intento è fregarti. Forse quegli intellettuali, se non lo sono per finta, per moda o convenienza, potrebbero cominciare col regalare a Massimo D’Alema un’edizione bignami della Teoria e Pratica di Gramsci; meno impegnativo, ma forse più utile, fargli ascoltare un disco di Muddy Waters durante le gite sulla sua 60 piedi in mare aperto.

E ora potete tranquillamente darmi del populista.


[1] Brano tratto da Alan Lomax, L’anno più felice della mia vita – Un viaggio in Italia (1954-55), a cura di Goffredo Plastino, ed. Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 18-19.

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4 risposte a “Se D’Alema avesse ascoltato Muddy Waters…

  1. In effetti un’unione di fatto purtroppo mai conclamata del tutto quella tra cultura “alta” e cultura “popolare” soprattutto nel campo “progressista”; e se per un Italo Calvino che fa entrare Matteo Salvatore nei salotti intellettuali per esibirlo come vessillo, come contraltare ci sarà un Carlo Levi che sociologicamente si farà sinceramente “carico” della cultura popolare da incanalare in un impegno civico e artistico nella sua veste di pittore. Alla fine della fiera è proprio il peso specifico a fare la differenza, e certamente Berlusconi e Apicella da Vespa non ce la faranno contro Clinton che suona il sax da Arsenio Hall, anche se alla fine vinceranno Chavez e Correa che cantano Caballo Viejo. Già, chissà se D’Alema avesse ascoltato Muddy Waters… anche se il precedente di Veltroni, eterno ragazzo “oh yeah” del Jazz, lascia intendere che per certa gente non c’è speranza. Glie l’ho sempre detto di mettere più Jazz nella sua politica, ma non mi ha dato mai ascolto. Complimenti per l’articolo, mi è piaciuto molto.

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