RED WOMAN BLUES – (4/4) chitarra, voce, vodka e rimpianti

Eddy inseguiva le note, come chi cerca un bar aperto alle 4 di mattina: la foga dell’ultimo bicchiere sulle labbra secche, mentre il nuovo giorno nasce in un’alba sbronza e perduta.

La prima nota sembra scavare nel passato. Un ricordo sommerso che esplode appena lei comincia a cantare. Aveva accordato la chitarra in Re, per adeguare quel suono triste alla sua voce roca. Riconosco subito le parole di “Blind” Willie Johnson: Dark was the night. Un pezzo degli anni ‘20 cantato da una ragazza di vent’anni, che forse nemmeno conosce l’incredibile storia di quella traccia. Sì, una traccia. Perché non è una semplice canzone. Quel pezzo viaggia tutt’ora nello spazio, inciso su un disco d’oro che contiene i suoni della Terra, messaggi in quasi tutte le lingue dell’uomo e canzoni, dentro al Voyager spedito verso i limiti dell’Universo conosciuto nel 1977. Una comunicazione con esseri extraterrestri. Come se loro fossero interessati a conoscerci.

Lei accarezza le corde con dita che sembrano spezzarsi ad ogni accordo. Ed io lì, tra tutti gli spettatori l’unico in piedi vicino al bar, a pregare che non succeda: perché ho bisogno di farmi del male e senza la sua voce non ci riuscirei. I suoi capelli sono troppo corti per quel viso, eppure la trovo bellissima; ma non sono lucido, visto che trovo buono anche questo pesantissimo black russian. Non esiste donna brutta, esiste solo poca vodka, diceva il mio amico Sergey, un ceceno con cui suonavo un milione di anni fa. Probabilmente l’ho chiesto apposta così carico al barman: un’altra scusa per sentirmi colpevole stasera. O forse mi è rimasta poca anima addosso. Tutto qui. Per fortuna lei attacca con l’assolo, e questo mi riporta al motivo per cui sono venuto stasera.

Sono in questo locale per ricordare il mio più grande errore. Prima di cancellare tutto quello che ho lasciato indietro. Lei è la somma di tutte le mie sconfitte. La matematica sensazione di un tutto che non esiste. E che mai avrò la possibilità di recuperare. Non in questa vita almeno. Il palco sembra una nuda schiena, su cui lei passeggia leggera. Vi è una strana nota lieta nella malinconia. E lei forse lo immagina, senza averlo mai capito veramente. Sua madre ha cantato le stesse canzoni. Ha fatto sobbalzare i cuori con le stesse movenze. Il mio, prima di quello di tutti gli altri.

Dopo mezz’ora scende dal palco e, anche se la sala è piena di persone che applaudono, non sento nessuno: perché la vita nasconde in sé un morbido blues, da piangere in solitudine. Si avvicina al bancone, schivando complimenti e sorrisi, fa un cenno al barista che le passa una pepsi. Mi metto al suo fianco, per osservarla per la prima volta da vicino. Siamo distanti un respiro. Sono poche le cose per cui ha davvero senso avere paura. E lei è una di quelle. Perché una donna del genere può portare un uomo alla follia.

“Troppo giovane per bere ma non per suonare”.

Lei si volta senza dire nulla, ma sono contento lo stesso: mi basta il suo sguardo su di me. Perché quegli occhi parlano una lingua che speri, un giorno, di poter capire. Ma non avrò il tempo per questo.

“Tua madre non ha mai amato il rosso. A te invece quei capelli stanno molto bene”.

Ho tutta la sua attenzione adesso. Inarca il sopracciglio destro esattamente come faceva sua madre, le poche volte che qualcuno riusciva a sorprenderla. Si somigliano proprio come due minuti dello stesso quarto d’ora.

“Chi sei?”

“Non importa chi sono”.

“E cosa ci fai qui?”

“Suonavo con tua madre”.

“In tanti hanno suonato con lei”.

“Hai ragione. Per questo non è importante il mio nome”.

Ho strappato un sorriso. Molto di più di quello che mi merito. Prendo la sua mano e la avvicino alle mie labbra: un saluto fuori moda, lo so, ma non potevo andarmene senza rubare una parte di lei.

“Ora è tardi per me. E’ stato un piacere sentirti suonare”.

Eddy uscì dal locale e camminò verso il nuovo giorno, che non avrebbe vissuto mai. Alzò la testa e guardò la luna: giusto l’ultimo quarto, proprio il finale perfetto che aspettava. Pensò che probabilmente Dio non aveva il tempo per suonare, ma se l’avesse fatto sarebbe stato difficile stargli dietro. Però quanto si sarebbe divertito nel provarci. Arrivò sul ponte e scavalcò il parapetto senza fermarsi, senza nessun ripensamento. Chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto. Il suo ultimo pensiero fu per quella figlia che avrebbe potuto essere sua, se solo lo avesse voluto.

Morì con un buon sapore in bocca. Il suo.

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