Verde Africa

 

alberi

Era un giorno d’inverno, qui. Aereo carico di tensione, stracolmo di battiti impazienti di ritoccare i luoghi lasciati tanti tanti anni prima.

Era un giorno d’estate, là. Lalalalalalalalalala, il saluto festoso, colonna sonora.

Il cielo blu, la terra rossa e basta. Ero a casa. Anche lì, come qui, quando sono nei castagneti sull’Appennino. Ugualmente casa.

 

Si mangia anghera e zighinì (perché è festa) e si cammina sull’altopiano, lassù a 2400 metri. Le persone mi assomigliano, la lingua la riconosco, gli odori pure. Il mercato, il cinema Impero, le auto lucide dei sacerdoti. E mia mamma dice che non ci sono più gli alberi. Si va nelle campagne e non ci sono più gli alberi. Si va a valle e non ci sono più i sicomori.

 

A Keren (il villaggio da cui veniamo noi) si è salvato il baobab simbolo della nostra famiglia, quel gigantesco tronco che nella sua lunga esistenza è riuscito anche a proteggere mio nonno dalle bombe, ma a parte quello, niente alberi. Gli alberi hanno scaldato i guerriglieri, hanno sfamato le bestie e non hanno avuto il tempo di ricrearsi.

 

Distese e distese di erba secca, gialla, non verde. Bambini, un uomo su un asino. Niente animali. Solo qualche scimmia e qualche cammello. Gli altri sono migrati, dove gli alberi ci sono ancora.

Distese e distese di plastica verde. La scenografia delle donne che trasportano l’acqua o degli elefanti che si riposano si è trasformata in migliaia di sacchetti di plastica verde intrappolati sulle recinzioni metalliche che fanno da sfondo al nulla. E carcasse di carri armati verdi, enormi, roventi sotto il sole, illuminati dagli occhietti vispi e neri come la pece dei bambini impolverati che ci giocano attorno e ti ricordano che dopotutto vince la vita.

 

I colori delle case sono sgargianti: blu cobalto, fucsia, giallo limone. Il colore dell’abito delle donne è uno: il bianco. Il verde era ciò che amalgamava il tutto ma ora, nel Corno d’Africa, il verde è un verde plastica.

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