Dietro al banco della macelleria

I bimbi chiedono tanti perchè. E hanno ragione. I perchè esistono ancora, esistono sempre, anche se con gli anni il rischio è che diventino troppi, troppo complicati e troppo scomodi per continuare a chiederseli. Per cui il cervello li dimentica, li esclude dalle possibilità.

Ma hanno ragione i bambini: i perchè sono importanti. Soprattutto quando vengono espressi di fronte a tutte le abitudini, banali e consuete, di ogni giorno. Tipo  mangiare gli animali.

Vi siete mai chiesti perchè?

Certo sono buoni, nutrienti, e molto altro ancora. Ma il punto non è questo. Come è possibile che noi troviamo al supermercato banconi sempre pieni carne? Da bambina mi piaceva andare a fare la spesa con la mamma ma l’unico punto del supermercato che mi bloccava, e che tutt’ora mi blocca, era il banco della macelleria. Troppo rosso, troppo pieno, troppi pezzi. Di vita.

Cosa ci sta dietro a quel bancone?

 

L’etica

Secondo la FAO, per sfamare  una popolazione mondiale di 6,8 miliardi di persone, ogni anno sono allevati e uccisi per il consumo alimentare circa 56 miliardi di animali terrestri e questa cifra potrebbe raddoppiare nel 2050 quando la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i 9 miliardi. L’Agenzia delle Nazioni Unite nel 2006 ha calcolato che dalle 228 milioni di tonnellate all’anno attuali, nel 2050 la produzione di carne si eleverà a 463 milioni. Il consumo annuo pro capite di carne è di 42,3 kg in media, 87 kg per i paesi industrializzati (FAO, 2006; 2011).

La vita della maggior parte degli animali mangiati sul pianeta viene trascorsa negli allevamenti intensivi. Un esempio di un tipico allevamento intensivo: sotto a capannoni lunghi circa 150 m e larghi 15 m vivono in media 35000 polli, chiamati “broiler” – polli da carne – che si distinguono dalle “ovaiole”, le galline che nascono per produrre uova. Un pollo d’allevamento ha una vita media di 40 giorni (in natura la sua vita potrebbe durare 20 anni): ha questo poco tempo per mangiare e per far crescere i suoi muscoli e il suo grasso più in fretta delle sue ossa. Agli animali vengono somministrati antibiotici, per prevenire le malattie, e promotori della crescita – ormoni – per crescere in minor tempo e raggiungere dimensioni maggiori di quelle che avrebbero in natura. Più crescono e meno le loro fragili ossa riescono a sostenere il peso inverosimile del loro corpo. Spesso non riescono a camminare. In certi casi il becco viene tagliato a pochi giorni dall’essere pulcini. Non vedono mai la luce del sole.

Il 99,9% dei polli che mangiamo viene allevato così.

Secondo i dati riportati dal Courrier International nel 2011, nell’ultimo trentennio, l’allevamento di polli è aumentato di 6 volte; i suini sono triplicati e i bovini raddoppiati. È vero, l’allevamento intensivo è un argomento da moderati, qualcosa su cui quasi tutte e persone  ragionevoli si troverebbero d’accordo. Se solo sapessero la verità. È che spesso mancano i perchè, o mancano le risposte: non c’è luce su quel che mangiamo.

Le condizioni intensive permettono di economizzare le procedure di gestione come la somministrazione del cibo, di farmaci, o facilitare la pulizia degli ambienti, ma impediscono agli animali di vivere secondo la loro natura. La ridotta possibilità di movimento impedisce l’eccessivo sviluppo dei muscoli, che renderebbero la carne più dura e quindi meno gradita al consumatore. L’alimentazione è costituita non da fieno ma da cereali, farine e spesso scarti della lavorazione industriale, che possono comportare anche conseguenze negative sulla salute umana. La perdita di naturalità è dovuta anche all’impossibilità degli animali di manifestare alcuni dei comportamenti naturali fondamentali per la conservazione della specie in natura, come la riproduzione e le cure parentali; infatti negli allevamenti intensivi la fecondazione è artificiale, in quanto consente una migliore selezione genetica degli individui più produttivi. I piccoli poi vengono separati dalla madre immediatamente dopo la nascita, perché c’è la necessità di raggruppare gli animali secondo età e sesso, per facilitare la catena di produzione.

Nel tentativo di definire un livello accettabile di benessere per l’animale, il UK’s Farm Animal Welfare Council, nel 1992, sviluppò il concetto delle “Cinque Libertà”, che sono libertà da fame e sete; libertà dalle scomodità; libertà da dolore, ferite, malattie; libertà da paura e stress; libertà di esprimere un repertorio di comportamenti naturali.  Ci sono numerose direttive europee per regolamentare il benessere degli animali, ma la normativa di riferimento, che fornisce le norme minime da osservare negli allevamenti per la protezione degli animali, è il decreto legislativo 146/2001. La legislazione italiana tuttavia si focalizza spesso su cosa non bisogna fare, senza specificare chiaramente come sia necessario agire, questo la rende facilmente aggirabile e la tutela degli animali allevati è solo parziale.

La tutela del benessere degli animali negli allevamenti garantisce anche una migliore qualità della carne che consumiamo. L’esposizione più o meno prolungata ad agenti stressanti determina una serie di reazioni fisiologiche, che negli animali di allevamento provocano ad esempio calo delle difese immunitarie, maggiore irritabilità e aggressività nei confronti dei conspecifici ed insorgenza di comportamenti anormali e patologici, come le stereotipie. In questo stato gli animali hanno maggiore probabilità di contrarre malattie, che inducono l’allevatore a somministrare farmaci. Tutto ciò contribuisce a peggiorare non solo la qualità di vita dell’animale, ma di conseguenza anche la qualità della carne che mangiamo (Moberg, 2000).

 

L’ambiente

Il ciclo di produzione di carne inizia con l’occupazione del suolo per la coltivazione dei mangimi e finisce con la bistecca nel piatto. Esso contribuisce alle emissioni globali di anidride carbonica per un valore tra il 18% (FAO) e il 51% (World Watch Institute). I valori di queste emissioni sono simili a quelle prodotte dal mondo dei trasporti. Sul pianeta la maggior parte delle terre destinate all’agricoltura serve per produrre mangimi; queste terre vengono trattate con alte quantità di fertilizzanti che sono responsabili del 70% delle emissioni totali di gas serra, soprattutto ossido d’azoto.

La dissociazione dell’originario legame tra animali e suolo ha introdotto un problema di complicata gestione: i reflui zootecnici, essi contengono alte concentrazioni di azoto e medicinali, di cui gli animali sono stati imbottiti. L’azoto si ripercuote nelle falde sotterrane rappresentando uno dei maggiori rischi chimici dell’acqua che beviamo: i nitrati, che sono formati da azoto, sono presenti ad  alti livelli nella nostra Pianura Padana, famosa culla per milioni di suini. Sono pericolosi perchè dentro al nostro stomaco si trasformano in composti cancerogeni.

“Produrre” carne costa tanto: per 1 kg di carne di bovino, ad esempio, servono complessivamente 125.000 litri di acqua, 10 kg di mangime e l’anidride carbonica prodotta è pari a quella di un’auto che percorre 250 km (Agenzia Europea per l’Ambiente, 2005).

Il ciclo della carne continua, e continua a non essere sostenibile, quando per sostenibilità si intende l’utilizzo delle risorse in modo tale da soddisfare i bisogni delle generazioni attuali evitando di comprometterne l’uso da parte di quelle future. L’animale può nascere in un paese, essere “ingrassato” in un altro, macellato in un altro ancora per poi essere selezionato e distribuito nel quarto paese. L’European Enviromental Agency ha calcolato che i soli viaggi destinati al ciclo della carne sono responsabili del 20% di emissioni di gas serra prodotti in Europa. (In questi viaggi circa il 10% degli animali non ce la fa a sopravvivere al caldo, alla fame, alla sete, al sovraffollamento di corpi).

La legge sulla tracciabilità ha reso obbligatorio specificare  nell’etichetta le varie origini del pezzo di animale che si compra al supermercato. È ancora poco, poiché il nome di un paese non racconta la storia di quell’animale, ma è qualcosa. Qualcosa che ci permette di scegliere.

 

La Salute

Provate a pensare, 10 secondi non di più: passa un giorno senza che voi non mangiate carne? Al di là di ogni condivisibile o meno pensiero riguardante le modalità con cui il sistema produttivo soddisfa le nostre voglie (e non necessità) alimentari, esistono dati oggettivi che ci raccontano che “siamo quel che mangiamo”.

Uno studio epidemiologico prospettico del 2009 effettuato su oltre mezzo milione di persone, ha associato l’alto consumo di carni rosse, bianche e trattate con la mortalità dovuta all’insorgenza di alcune patologie, in particolare malattie cardiovascolari e cancro (Sinha R, 2009).

I paesi industrializzati sono riusciti a difendersi da diverse patologie infettive, ma l’industrializzazione allo stesso tempo ha portato ad una larga disponibilità di “beni” – anche alimentari – che possono diventare mali. Tra queste patologie ci sono le coronaropatie, il cui principale fattore di rischio alimentare è l’assunzione di colesterolo e di acidi grassi saturi e la carne è tra le pietanze da noi mangiate che ne contiene di più. I grassi saturi nella dieta sono implicati anche nell’ipertensioneictusdiabete e alcune forme di cancro (World Health Organization, 2003).

Le linee guida europee consigliano il consumo di carne 2 volte a settimana, limitando il consumo di carne rossa ad una sola volta di queste. Certo, la carne contiene anche proteine di alto valore biologico. È bene ricordare però che l’apporto proteico non deve superare il 15-20 % del fabbisogno calorico giornaliero. Le proteine di alto valore biologico possono derivare anche dal pesce e derivati del latte, che però, per il “nostro bene” non andrebbero mangiati quotidianamente.

Il pesce andrebbe consumato almeno 2/3 volte a settimana (valgono anche le scatolette di tonno!). Il pregio è che i pesciolini (i molluschi, gamberetti, calamari, vongole, eccetera non sono pesci!) hanno un’elevata concentrazione di acidi grassi essenziali ω3, un basso contenuto di colesterolo e il buon apporto di lecitine, che conferiscono al pesce la caratteristica di alimento ipocolesterolemizzante e preventivo verso le patologie cardiovascolari.

Sulle uova il discorso si complica. Apportano proteine con il più alto valore biologico ma per via del loro elevatissimo contenuto di colesterolo non vanno consumate più di una volta a settimana. I formaggi sono ovunque ma sono pienissimi di grassi saturi (che il nostro organismo trattiene maggiormente  rispetto a quelli insaturi) e di colesterolo; un buon bicchiere di latte scremato o parzialmente scremato e una colazione a base di yogurt possono farci compagnia ogni giorno, senza problemi.

L’apporto di proteine per vegetariani e vegani deve derivare da alimenti di origine vegetale come soia e legumi in genere: contengono proteine di medio valore biologico e non apportano colesterolo e grassi saturi dannosi per la salute. Inoltre, come tutti gli alimenti di origine vegetale, contengono buone quantità di fibra che favorisce un maggior potere saziante e contribuisce a prevenire condizioni come diverticolosi del colon, stitichezza, diabete, aterosclerosi, calcolosi della cistifellea, obesità. I legumi sono gli alimenti vegetali più ricchi di Calcio, e contengono anche Ferro, vitamine B1 e Potassio.

 

 

Ora, tornando al nostro punto di partenza, chiedersi i perchè di ciò che sembra scontato, non è da persone scontate. Dietro alla cotoletta che quotidianamente ci possiamo concedere c’è un mondo nascosto fatto di eccessi, sofferenze, sprechi. Come in tante circostanze, le scelte dei singoli consapevoli, possono fare la differenza. Ma prima appunto si deve acquisire la consapevolezza. Probabilmente ha più peso politico fare la spesa che andare a votare. La spesa è roba di tutti i giorni, le elezioni ci interpellano ogni 5 anni. Ognuno di noi ha un potere d’acquisto da cui non può prescindere e che, in un modo o nell’altro, influisce sul resto.

 

Ognuno di noi può scegliere come usarlo.

Carnevali Chiara, Biologa

Ricchi Stella, Biologa Nutrizionista

Santunione Giulia, Biologa

Stradi Ilaria, Etologa

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