Firem: una battaglia per difendere la cultura industriale italiana

Quest’estate abbiamo assistito ad un nuovo e sconcertante fenomeno sui luoghi di lavoro. In una fabbrica di Formigine (provincia di Modena) dove si producono resistenze elettriche, la Firem, pochi giorni dopo la chiusura degli impianti per le sopraggiunte ferie estive, sono stati portati via nella notte tutti i macchinari: destinazione Polonia. Gli operai lo hanno scoperto il giorno dopo, senza la possibilità di discutere la scelta del loro datore di lavoro. Fabrizio Pedroni, proprietario dell’azienda, ha motivato la sua scelta sui giornali puntando il dito contro la tassazione inaccettabile del nostro Paese. In ogni caso l’azienda non aveva sofferto la crisi dal punto di vista produttivo, anzi la mole di lavoro era cresciuta a tal punto da dover rendere necessari turni straordinari per gli operai: condizioni eccezionali nella situazione di crisi che viviamo oggi.

Il caso di questa azienda, emulato successivamente da altre due ditte del Nord, ci spinge dunque a riflettere sul modo di fare impresa oggi in Italia. È vero, il mercato è ormai globale e servono strategie e condizioni adatte ad operare in questo contesto: la burocrazia opprimente, la difficoltà di accesso al credito e il livello di tassazione eccessivo che gravano sulle imprese sono fattori che disincentivano l’attività imprenditoriale. Viene dunque da chiedersi come mai a fronte di queste condizioni economiche, il nostro paese rimanga secondo per industria manifatturiera in Europa, anche se vi sono paesi a noi vicini come la Polonia o la Serbia che offrono incentivi e condizioni di partenza ottimali per lo sviluppo di un’impresa. Perché le nostre esportazioni, pur calando la domanda interna, rimangono stabili? Insomma cosa spinge i tanti imprenditori che sono rimasti a produrre in Italia?

Non è verosimile dire che lo fanno solo per questioni patriottiche. Forse questi industriali rimangono qui da noi perché trovano elementi a supporto della produzione che non esistono in altri paesi. Faccio un esempio concreto rimanendo nell’ambito modenese. Il nostro tessuto industriale è specializzato nella produzione di macchine utensili, cioè di macchinari da fabbrica, uno dei fiori all’occhiello prodotti dalle piccole e medie imprese metalmeccaniche presenti sul territorio. Perché proprio da noi è maturato questo talento? Perché già dal secondo dopoguerra (ma anche prima) si è andata affermando una cultura delle lavorazioni meccaniche, grazie alla quale la popolazione modenese ha prodotto un gran numero di operai specializzati. Questo processo di sviluppo si fonda sulla tradizionale capacità artigianale già presente sul territorio e diffusa soprattutto nell’ambito contadino; ad essa si è aggiunta la pianificazione di un sistema di formazione professionale (v. istituti come il tecnico F. Corni) che creasse una manodopera specializzata che rendesse competitive sul mercato anche le piccole e medie imprese; infine il settore è andato sprovincializzandosi, arrivando a costituire grossi marchi di livello internazionale (come la Fiat Trattori oggi New Holland, la Ferrari e la Maserati). Questa commistione ha generato nel tempo una cultura industriale meccanica che ha trasformato l’Emilia in una terra di motori. Per questo produrre sul nostro territorio resistenze elettriche, cruscotti per le Maserati, parti di macchine e auto di qualsiasi tipo è molto più facile che altrove.

Vai tu a trovare in Polonia un lavoratore capace di svolgere un processo di alesatura (lavorazione meccanica per correggere lievemente l’assialità e il diametro dei fori) artigianale!

Il ruolo centrale di questa cultura industriale e dei lavoratori che l’hanno sempre incarnata è testimoniato anche dal fatto che una grossa fetta degli imprenditori che in Emilia sono riusciti ad avere successo nascevano come operai. Solo dopo aver lavorato in differenti fabbriche, su differenti linee di produzione, dopo aver cioè maturato un bagaglio di idee e competenze notevole, riuscivano a mettersi in proprio diventando finalmente imprenditori a loro volta. Questo processo ha favorito in molti casi la creazione di aziende ad alto tasso di innovazione, spesso capaci di inventare nuove lavorazioni o di creare nuove produzioni. Questi sono tra gli elementi che ci hanno consentito di costruire una ricchezza enorme e di redistribuirla creando benessere.

Ora, per acquisire queste competenze ci sono voluti decenni di impegno, investimenti, rischio di impresa ecc. E non è detto che trasferendo la propria produzione all’estero si riesca in un battere di ciglia a riprodurre queste condizioni economiche.

Perciò la domanda che mi faccio come cittadino italiano è questa. Se queste regole e questa cultura del lavoro hanno consentito all’Italia, pur con tutte le sue difficoltà, di costruire il suo successo industriale diventando uno dei paesi più sviluppati del mondo, è il caso di mettere in discussione questa impostazione? Se noi lasciamo che i macchinari di una fabbrica siano spostati nella notte vanificando l’impegno e l’investimento fatto durante gli anni dai lavoratori attorno a quella produzione, stiamo sconfessando l’importanza del lavoro di qualità che i nostri operai svolgono sul territorio. Se noi non ci opponiamo ad imprenditori che hanno usufruito per anni di incentivi, sgravi e sostegni di ogni genere da parte dello Stato e degli Enti Locali e che ora vogliono andarsene senza ripagare l’impegno che la comunità ha profuso nei loro confronti, allora risulteremo succubi dell’attività imprenditoriale e del solo profitto.

profitto. Se noi lasceremo che i segreti delle nostre produzioni emigrino all’estero, allora saremo derubati di ciò che ha fatto la nostra fortuna. Ed infine ,se lasceremo che le imprese chiudano o delocalizzino anche quando hanno ancora margine produttivo, senza discutere e concertare con i rappresentanti dei lavoratori, allora smetteremo di riconoscere l’importanza degli operai che hanno contribuito in prima persona a rendere le nostre produzioni speciali e a volte uniche, e quindi molto appetibili sui mercati.

Chiedo perciò agli imprenditori: chi porterà avanti il processo di innovazione costante che oggi è richiesto ad una piccola impresa per stare sul mercato? Gli operai polacchi abituati alla meglio a produzioni standardizzate?

La delocalizzazione selvaggia di produzioni specializzate non è la risposta migliore alle difficoltà della crisi, perché in un primo momento può alleggerire i costi della produzione, ma alla lunga non consente di mantenere intatta quella qualità che rende i nostri prodotti concorrenziali. La soluzione è battersi seriamente per una riforma fiscale equa, per far ripartire gli investimenti pubblici e privati, per costringere le banche a fare le banche e cioè a prestare denaro. Non scappare dall’Italia nelle notti d’estate.

E per far ricordare agli imprenditori il valore che la cultura industriale e l’esperienza dei nostri lavoratori rappresentano, bisognerebbe creare una normativa apposita. Gli sgravi, il sostegno alle imprese in termini di formazione, gli incentivi sull’acquisto di nuovi macchinari e la costruzione di infrastrutture che sono state a carico dello Stato sono un valore collettivo, un bene comune, di cui in primis usufruiscono gli imprenditori. In cambio si chiede lavoro e responsabilità sociale di impresa. E se si decide di andare via? È nelle possibilità di un imprenditore, ma a quel punto bisogna restituire quello che si è ricevuto dal nostro paese e dalla comunità locale. Per questo penso che istituire una penale di uscita per le imprese che decidono di delocalizzare sarebbe una misura giusta per risarcire le comunità nazionali e locali di tutte le azioni di sostegno all’impresa che non hanno ricevuto in cambio abbastanza dall’attività economica. Questo aiuterebbe gli imprenditori a tenere in maggior considerazione il supporto dello Stato e promuoverebbe un rapporto più responsabile e di lunga durata tra le aziende e il nostro Paese, aspetto che gioverebbe ad entrambi.

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4 risposte a “Firem: una battaglia per difendere la cultura industriale italiana

  1. “a quel punto bisogna restituire quello che si è ricevuto dal nostro paese e dalla comunità locale”

    Tutto il tuo argomento, Enrico, verte su questo assunto, ossia, tu imprenditore hai allattato al seno dello stato e della comunità, ora che sei grande devi restituire quanto hai preso.
    Ma non ti pare che sia già così? Lo sai che un lavoratore autonomo, un professionista fra iva, studi di settore, imposta sul reddito, addizionali comunali, regionali IRPEF, commercialista e compagnia bella, lascia allo stato e alla comunità più della metà di ciò che fattura?
    Se poi ha anche dei dipendenti, non ti dico, pensa ad esempio all’IRAP!
    Eppure l’imprenditore ha un rischio di impresa, che nessuno gli copre, mentre il lavoratore dipendente, gode di molte tutele.

    Con questo non giustifico il comportamento del titolare della Firem, che bisognerebbe analizzare nel dettaglio e vedere se ci sono estremi per sanzionarlo. Nel caso di illeciti, bisogna avere il pugno di ferro in questi casi e risarcire tutti i dipendenti fino all’ultimo cent.

    Penso però che il tuo suggerire “una penale di uscita per le imprese che decidono di delocalizzare come misura giusta per risarcire le comunità nazionali e locali di tutte le azioni di sostegno all’impresa che non hanno ricevuto in cambio abbastanza dall’attività economica”, mi pare molto controproducente, per due motivi.
    Primo, più regole e più diritti costano, disincentivando così gli investimenti interni che servono proprio alle imprese per creare occupazione e quei prodotti di qualità che tu esalti nel tuo articolo.
    Secondo, la richiesta di aumentare per numero e intensità le regole per i soli imprenditori, solo perché alcuni conducono comportamenti scorretti (ma legali o illegali è da vedere), significa già di per se stessa ammettere che la classe operaia non ha saputo costruire leve per far valere il proprio ruolo. Ma sei così sicuri che la classe operaia a sua volta sia un corpo omogeneo? Al pari di altre categorie, al suo interno ci sono coloro che hanno saputo riscoprirsi virtuosamente imprenditori a loro volta, lavorando bene come hai giustamente raccontato tu, o comunque rendersi dipendenti indispensabili, altri invece che non hai citato nel tuo articolo che, sotto copertura sindacale, hanno vissuto sulle garanzie che come ogni tutela hanno un altissimo costo sociale. Un costo sociale che in questo momento stanno pagando soprattutto i giovani (vedi la vecchia contribuzione di tipo retributivo, giusto per fare un esempio).

    In ogni rapporto dialettico, dal lavoro al rapporto di coppia, più inserisci regole, più aumenti la malattia. E’ come una medicina che non cura, ma anzi è destinata a richiedere dosi sempre più massicce. La storia del proibizionismo lo insegna. Restringere e reprimere è un atteggiamento controproducente, soprattutto per chi è obbligato a seguirle quelle regole; mentre per chi dispone di avvocati prezzolati per aggirarle o di politici in parlamento per introdurre emendamenti ed eccezioni alle norme diventa facilissimo aggirarle, arricchendosi alle spalle degli onesti, perché diventa automaticamente molto più competitivo fuori dalle regole,
    E’ attraverso la prassi che si curano queste schifezze, non con le regole: lo diceva pure Gramsci che non era certo un liberale. Ossia dimostrando ai furbetti tipo Firem nei fatti che si può fare buona impresa, rischiando, investendo soprattutto innovando, costruendo rapporti e collaborazioni, infine battendo la Firem in competitività, assumendo i suoi operai e facendola definitivamente fuori dal mercato.

    dimenticavo, Enrico: c’è l’alternativa della rivoluzione ad ottobre. Quindi che famo? “Armiamoci e partite”?

    • Ma chi sono questi industriali che si lamentano per la troppa oppressione fiscale,non sono forse coloro che come possono evadono la fiscalizzazione in tutti i modi possibili e riescono nel loro intento benissimo, abbiamo il primato della evasione.
      Non sono forse anche coloro come possono fanno smaltire i loro rifiuti tossici in modo illecito, tanto poi sarà compito della collettività
      sopperire a questo problema.
      Non sono forse coloro che nel nome della libertà di impresa ,esportano le loro aziende in paesi dove non esistono controlli di nessun genere e tutto è lecito nel nome della libera impresa, come ai primordi del capitalismo.
      Caro Claudio le regole e i diritti sono state messe in quanto molti di lor signori cercavano in ogni modo di fregare i loro dipendenti e sono state pagate a caro prezzo dai lavoratori.
      Forse quel stabilimento siderurgico di Taranto non ti dice nulla,
      L a fonderia Tyssen, L’eternit, Le ceramiche di Sassuolo che negli anni 60 appestavono l’aria e inquinavono i fiumi con i loro fanghi di scarto non ti dicono nulla?
      La fiscalizzazione è attuata da uno stato per sopperire alle domande della comunità e tutti i loro componenti sono chiamati a questo dovere a secondo delle loro possibilità ora se qualcuno decide di evadere questo dovere lo fa a scapito dei contribuenti onesti,usufruendo di tutti i benefici che lo stato eroga (strade scuole ospedali ecc ecc…
      Non è che producendo all’estero aiutano quel sotto proletariato ad emanciparsi, ma aumenta a dismisura i suoi profitti in quanto produce a 10 e vende a mille

      un terzo della paga di un dipendente finisce in detrazione (carta canta)
      vediamo se un terzo di ciò che denunciano lor signori viene detratto
      bada bene ho detto denunciano non quello che hanno preso!!!!!!

  2. Caro Claudio hai ragione. Ho saltato un passaggio che il tuo ottimo intervento mi dà modo di spiegare qui sotto. Primariamente una buona classe dirigente dovrebbe attuare un taglio della tassazione sia sul lavoro che sulle imprese, in modo da alleggerire la situazione di oppressione fiscale e burocratica che grava sul sistema economico e rilanciare lo sviluppo. è chiaro che senza una revisione della fiscalità e il rilancio di un piano industriale non ha senso parlare di penale di uscita e se ciò venisse fatto significherebbe tagliare le gambe ai futuri investimenti e alla possibilità di ripresa. La penale che propongo verrebbe quindi di conseguenza con lo scopo di disincentivare le delocalizzazioni selvagge come pratica di egoismo economico. Sono d’accordo con te sulla necessità di non soffocare di regole il nostro paese, ma penso altresì che un’eccessiva deregolazione crei un caos ambientale grazie al quale ogni atto è possibile. Compreso delocalizzare imprese in attivo abbandonando i paesi d’origne con il solo fine di aumentare i propri margini di profitto ai danni di lavoratori extra-europei sprovvisti di diritti e di quelli che si lasciano in Italia. Questa è la storia degli ultimi 20 anni. La libera circolazione dei capitali ha permesso alle imprese di fare ciò che vogliono in questo senso. Penso che dopo 20 anni di deindustrializzazione strisciante si debba mettere un freno a questa tendenza e riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro. E devono essere gli Stati nazionali o ancor meglio le federazioni di Stati a creare normative a tutela del lavoro.
    Sulla questione sindacati e lavoratori io ci andrei piano ad attaccare organizzazioni come la Cgil, e ancor di più la Fiom, che sono ad oggi isolate (Cisl e Uil hanno cambiato diametralmente la prospettiva da qui guardano i problemi) e che sono sotto il fuoco di fila di colossi finanziari e massonici che puntano al loro dissolvimento. Non nego che siano stati fatti tanti errori anche nei sindacati, e penso che siano necessari altri criteri di reclutamento della classe sindacale: criteri di integrità morale (non bisogna vendersi), competenze sulle relazioni industriali e una nuova capacità contrattuale adatta al mutato contesto in cui si gioca la lotta sindacale. Gli attacchi frontali però rischiano di fare il gioco di chi vuole l’annientamento del potere decisionale dei lavoratori, che è già alquanto ridotto.

  3. Completamente d’accordo con Claude.

    Credo che se ognuno di noi potesse mettersi nei panni di un imprenditore – soprattutto in questi tempi difficili – forse sentiremmo giudizi diversi e più equilibrati, non solo su questo esempio specifico.

    Ciò non toglie il mio rispetto per la lotta dei lavoratori della Firem – il metodo utilizzato dall’imprenditore, seppur per una scelta che considero legittima, è a dir poco particolare – e spero che si arrivi ad una conclusione positiva per il bene di tutte le persone coinvolte.

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