Quei 50/60enni come Michele Serra che mi fanno tanto arrabbiare

 

Oggi esiste in Italia una solida classe di cinquantenni/sessantenni disillusi e cultori del potere in sé per sé che spesso guida il Paese. Appoggiano l’azione del governo Renzi in modo laico, fintamente distaccato, ma ineluttabile: come se fosse l’unica strada da percorrere. Un po’ se ne vergognano, perché in gioventù erano comunisti, socialisti o democratici, ma in loro prevale il gusto della rivincita (dopo anni di sconfitte finalmente vedono il loro partito saldamente al governo). Sparano a zero sui social network su chi critica il governo opponendo altri valori, richiamandosi alla democrazia, segnalando che l’occupazione non sta ripartendo, che la crisi non è superata. Ma loro niente, sembrano non sentire. Per loro va bene così: c’è un governo stabile, le insegne sono quelle giuste e questo è il massimo a cui possiamo ambire al momento. Spesso hanno un lavoro sicuro (no, non credo abbiano un contratto a tutele crescenti) o comunque una solidità economica tale da potersi ritenere tranquilli. Lo dico perché oggi per scrivere così serenamente certe cose, come quelle che ho letto nell’ultima “Amaca” di Michele Serra, bisogna proprio sentirsi al di sopra di un certo inferno di difficoltà quotidiane che attraversa il Paese.

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Questi cinquantenni/sessantenni probabilmente credono che la precarietà sia una forma di narrazione per lamentosi, che chi si rimbocca le maniche ce la fa sempre e comunque, che la lettura dei dati relativi all’occupazione fatta da Poletti in questi mesi sia realistica e veritiera, che, male che vada, oggi quando si lavora in Italia si porta a casa uno stipendio di almeno 1200 euro mensili.

Per loro una parte del dissenso espresso da chi non condivide la proposta di riforma costituzionale targata Boschi è un elemento di fastidio (li definiscono nani brontoloni, gufi, disfattisti, tafazziani, minoritari inconcludenti). Per loro il fatto che un gruppetto di quarantenni sia riuscito ad arrivare ai vertici del Pd e stiano governando (sono sicuro che ancora non gli paia vero che il Pd sia al governo del Paese) è un fatto generazionale e come tale positivo, a prescindere da come il governo si realizzi. Poco importa che il partito in questione si sia circondando di un sottobosco inquietante di personaggi che vanno da Verdini ad Alfano, dai seguaci di Monti ai rampanti moderati forzisti come Bondi senza cui il governo attuale non esisterebbe. Berlinguer e la questione morale sono morti e sepolti, appartengono al passato, un passato da dimenticare perché sinonimo di sconfitta. Per questi signori, Renzi, la Boschi e gli altri stanno riformando la società italiana per renderla più aderente a come è cambiato il mondo: ma se questo è mutato abbattendo diritti, riducendo gli spazi di democrazia, alzando muri contro i migranti, togliendo alla collettività per dare ai Mercati perché mai dovremmo voler adeguarci, mi chiedo?

Infine per questi cinquantenni/sessantenni i “nani brontoloni” in questione sono soltanto vecchi e hanno tutti fame di potere: per questo strillano, per questo frenano, per questo criticano i bravi giovani riformatori: perché vorrebbero sedere al loro posto. Insomma sono più che altro invidiosi.

Caro signori cinquantenni/sessantenni quelli che si incazzano per questa riforma non sono nani brontoloni, non sono tutti vecchi, non appartengono soltanto alla cosiddetta “sinistra Pd” o ai compagni che sbagliano creando formazioni alla sinistra del Partito Democratico perché godono nel perdere o far perdere gli altri (voi), non sono a prescindere contro il ricambio in politica. Rappresentano un mondo vasto e variegato per ideali, per età e per motivazioni.

E semplicemente non vogliono adattarsi. Alla precarietà loro, dei loro figli e dei nipoti, all’idea che la politica sia un’arte complessa prerogativa di pochi, al fatto che l’opposizione in un regime democratico sia solo un freno e una fastidio inutile da rimuovere, al fatto che sia meglio fare (anche male) e in fretta che non fare affatto, al fatto che si debba essere leali verso il proprio partito costi quel che costi (Job Act, Sblocca Italia, Italicum, Buona Scuola) in nome della stabilità.

Per favore cerchiamo di non essere banali e faciloni verso chi esprime un disagio, anche quando lo fa in modo scomposto, anche quando potrebbe essere facilmente bollato con una come “populista”. Cerchiamo di non farlo perché di fronte a noi ci sono fatiche quotidiane insormontabili (persone che non hanno un lavoro, che ne hanno uno (o più) ma sono comunque poveri, che non riescono immaginare il loro futuro, anziani malati che non hanno i soldi per curarsi negli ospedali pubblici, una scuola sempre meno finanziata dallo Stato e sempre più simile ad un’azienda, un sistema industriale che non può pensarsi come tale perché non ha politiche d’indirizzo ecc. ecc.). Viviamo in un’epoca drammatica, anche se non lo è per tutti, che non si risolverà con scorciatoie o dichiarazioni enfatiche sui nani brontoloni o gli animali notturni della foresta.

Smettiamola per favore con queste categorie, con questa acredine verso chi vorrebbe solo essere ascoltato, perché quando si intraprende la strada della superiorità intellettuale in periodi come questo si rischia facilmente di cadere dall’amaca. E dopo il passaggio al grido di “annientiamoli tutti” diventa pericolosamente breve. L’Europa lo dimostra tutti i giorni.

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