Quei 50/60enni come Michele Serra che mi fanno tanto arrabbiare

 

Oggi esiste in Italia una solida classe di cinquantenni/sessantenni disillusi e cultori del potere in sé per sé che spesso guida il Paese. Appoggiano l’azione del governo Renzi in modo laico, fintamente distaccato, ma ineluttabile: come se fosse l’unica strada da percorrere. Un po’ se ne vergognano, perché in gioventù erano comunisti, socialisti o democratici, ma in loro prevale il gusto della rivincita (dopo anni di sconfitte finalmente vedono il loro partito saldamente al governo). Sparano a zero sui social network su chi critica il governo opponendo altri valori, richiamandosi alla democrazia, segnalando che l’occupazione non sta ripartendo, che la crisi non è superata. Ma loro niente, sembrano non sentire. Per loro va bene così: c’è un governo stabile, le insegne sono quelle giuste e questo è il massimo a cui possiamo ambire al momento. Spesso hanno un lavoro sicuro (no, non credo abbiano un contratto a tutele crescenti) o comunque una solidità economica tale da potersi ritenere tranquilli. Lo dico perché oggi per scrivere così serenamente certe cose, come quelle che ho letto nell’ultima “Amaca” di Michele Serra, bisogna proprio sentirsi al di sopra di un certo inferno di difficoltà quotidiane che attraversa il Paese.

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Questi cinquantenni/sessantenni probabilmente credono che la precarietà sia una forma di narrazione per lamentosi, che chi si rimbocca le maniche ce la fa sempre e comunque, che la lettura dei dati relativi all’occupazione fatta da Poletti in questi mesi sia realistica e veritiera, che, male che vada, oggi quando si lavora in Italia si porta a casa uno stipendio di almeno 1200 euro mensili.

Per loro una parte del dissenso espresso da chi non condivide la proposta di riforma costituzionale targata Boschi è un elemento di fastidio (li definiscono nani brontoloni, gufi, disfattisti, tafazziani, minoritari inconcludenti). Per loro il fatto che un gruppetto di quarantenni sia riuscito ad arrivare ai vertici del Pd e stiano governando (sono sicuro che ancora non gli paia vero che il Pd sia al governo del Paese) è un fatto generazionale e come tale positivo, a prescindere da come il governo si realizzi. Poco importa che il partito in questione si sia circondando di un sottobosco inquietante di personaggi che vanno da Verdini ad Alfano, dai seguaci di Monti ai rampanti moderati forzisti come Bondi senza cui il governo attuale non esisterebbe. Berlinguer e la questione morale sono morti e sepolti, appartengono al passato, un passato da dimenticare perché sinonimo di sconfitta. Per questi signori, Renzi, la Boschi e gli altri stanno riformando la società italiana per renderla più aderente a come è cambiato il mondo: ma se questo è mutato abbattendo diritti, riducendo gli spazi di democrazia, alzando muri contro i migranti, togliendo alla collettività per dare ai Mercati perché mai dovremmo voler adeguarci, mi chiedo?

Infine per questi cinquantenni/sessantenni i “nani brontoloni” in questione sono soltanto vecchi e hanno tutti fame di potere: per questo strillano, per questo frenano, per questo criticano i bravi giovani riformatori: perché vorrebbero sedere al loro posto. Insomma sono più che altro invidiosi.

Caro signori cinquantenni/sessantenni quelli che si incazzano per questa riforma non sono nani brontoloni, non sono tutti vecchi, non appartengono soltanto alla cosiddetta “sinistra Pd” o ai compagni che sbagliano creando formazioni alla sinistra del Partito Democratico perché godono nel perdere o far perdere gli altri (voi), non sono a prescindere contro il ricambio in politica. Rappresentano un mondo vasto e variegato per ideali, per età e per motivazioni.

E semplicemente non vogliono adattarsi. Alla precarietà loro, dei loro figli e dei nipoti, all’idea che la politica sia un’arte complessa prerogativa di pochi, al fatto che l’opposizione in un regime democratico sia solo un freno e una fastidio inutile da rimuovere, al fatto che sia meglio fare (anche male) e in fretta che non fare affatto, al fatto che si debba essere leali verso il proprio partito costi quel che costi (Job Act, Sblocca Italia, Italicum, Buona Scuola) in nome della stabilità.

Per favore cerchiamo di non essere banali e faciloni verso chi esprime un disagio, anche quando lo fa in modo scomposto, anche quando potrebbe essere facilmente bollato con una come “populista”. Cerchiamo di non farlo perché di fronte a noi ci sono fatiche quotidiane insormontabili (persone che non hanno un lavoro, che ne hanno uno (o più) ma sono comunque poveri, che non riescono immaginare il loro futuro, anziani malati che non hanno i soldi per curarsi negli ospedali pubblici, una scuola sempre meno finanziata dallo Stato e sempre più simile ad un’azienda, un sistema industriale che non può pensarsi come tale perché non ha politiche d’indirizzo ecc. ecc.). Viviamo in un’epoca drammatica, anche se non lo è per tutti, che non si risolverà con scorciatoie o dichiarazioni enfatiche sui nani brontoloni o gli animali notturni della foresta.

Smettiamola per favore con queste categorie, con questa acredine verso chi vorrebbe solo essere ascoltato, perché quando si intraprende la strada della superiorità intellettuale in periodi come questo si rischia facilmente di cadere dall’amaca. E dopo il passaggio al grido di “annientiamoli tutti” diventa pericolosamente breve. L’Europa lo dimostra tutti i giorni.


Società occidentali e diseguaglianze. Dati interessanti

Richard Wilkinson, professore di Epdemiologia e Public Health  a Nottingham e alla UCL, spiega la relazione fra diseguaglianze e grado di benessere delle società occidentali (+ il Giappone).

Il  dato più interessante è che non c’è alcuna relazione tra omicidi, alcolismo, malattie mentali, etc. (messe  sistema) e il reddito medio pro capite, che misura la ricchezza media di un Paese. Ma quando lo stesso indice comprensivo si mette in relazione, anziché con il reddito medio pro capite,con la differenza fra i redditi più alti e quelli più bassi, la relazione c’è e si capisce bene quale.

Non importa quale strategia politica si mette in campo per “livellare” le differenze economiche, se una più liberale o con un maggior intervento dello stato attraverso la tassazione. Si può perciò ridurre a monte la sperequazione fra i redditi o operare politiche tributarie e di welfare che a posteriori favoriscano i meno abbienti. Il risultato è comunque un maggior benessere collettivo.

 


Qualche dato sulla casa a Modena

In 5 semplici grafici, come è cambiato il rapporto tra i cittadini modenesi e la casa dagli anni ’50 ad oggi.

Quante sono le case oggi non abitate? Quanti gli affittuari e quanti i proprietari? Come sono cambiati i nuclei famigliari? E infine quante abitazioni si sono costruite negli anni in rapporto alla variazione della popolazione?

 

In 5 semplici grafici, come è cambiato il rapporto tra i cittadini modenesi e la casa dagli anni ’50 ad oggi.

Quante sono le case oggi non abitate? Quanti gli affittuari e quanti i proprietari? Come sono cambiati i nuclei famigliari? E infine quante abitazioni si sono costruite negli anni in rapporto alla variazione della popolazione?

Fonte: rielab. da dati Servizio Statistica Comune di Modena

http://www.comune.modena.it/serviziostatistica/pubblicazioni/annuari/annuario2014/edilizia2014/edil_tav2014.shtml


Sgomberare gli occupanti.

Gli articoli della Gazzetta di Modena

11 maggio. Lo sgombero e i successivi scontri

14 maggio. Più elementi

 


Cara sorellina, ora parliamo di giovani e politica.

S: Giuly, tra poco voto, mi spieghi qualcosa?

Io: Qualcosa….. di cosa?

S: Qualcosa di politica, per capire. Io non so cosa devo sapere.

 

Eccoli li, gli occhi di quelli che devono fare qualcosa per forza, per raggiungere un minimo socialmente accettabile, gli occhi dell’imposizione. Tra poco devo votare e non so niente, mi dice come se fosse una colpa da attribuire a qualcuno di indefinito e lontano, senza nome e senza occhi probabilmente, chiamato Politica. Le dico che il modo più bello per imparare qualcosa di politica è leggere la Republica di Platone, figuriamoci la sua faccia. Provo a farle seguire un telegiornale, con risultati nulli. Poi, come un azzardo finale, giocando l’ultima carta, le dico Vieni al confronto tra i candidati per le primarie di Fiorano, partiamo da li, dalle idee e dalle parole.

Spiegare ai giovani qualcosa di politica significa regalare loro una speranza offuscata dalle cantilene televisive e giornalistiche di una retorica discorsiva vecchia, arcaica, incomprensibile. Significa, prima di tutto, cambiare le parole della politica, cambiare gli schemi attraverso cui l’intera classe dirigente del paese si nasconde per non farsi capire troppo dalle menti votanti. Ma prima di tutto vuol dire mettersi in mezzo al loro cerchio, ascoltarli, cercare di capire e cambiare noi stessi per dare loro un mondo più accessibile.

La necessità di ascoltare i ragazzi si è manifestata martedì sera presso Casa Corsini, con l’incontro che il candidato alle primarie PD Francesco Tosi ha fortemente voluto per sentire dai giovani che cosa non funziona a Fiorano e che proposte deve portare in sede di discussione politica per rendere il nostro comune un posto vivibile da tutti.

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L’affluenza è stata molto buona, visti i precedenti riguardanti la fascia d’età 16-24 anni, la partecipazione alla discussione fantastica perché mai avrei pensato di poter sentire ragazzi confrontarsi e mettersi a disposizione della politica per creare un comune migliore.

Tosi ha avuto il merito di parlare poco e di ascoltare tanto, in mezzo ad un cerchio comunicativo che è servito a far sentire i ragazzi dentro alla conversazione. Parlare di Fiducia, Partecipazione, Volontariato, Aggregazione non è mai facile senza ottenere una soglia di noia mortale per l’attenzione dei ragazzi.

Quello che è successo Martedì è stato un piccolo passo verso una nuova visione delle politiche giovanili perché l’unico modo per avvicinare i giovani alla politica è assumere il loro punto di vista, ascoltarli e partire dal presupposto che per i ragazzi 1+1 fa sempre 2 e quel 2 lì non è fraintendibile, non è un 3, è semplicemente un 2. Significa che loro sanno esprimere in modo chiaro, conciso e privo di oscurità il loro pensiero, talmente attinente alla realtà da spiazzare il mondo adulto ormai abituato a strutture e sovrastrutture linguistiche che allontanano quello che si dice da quello che si fa.

Dobbiamo comprendere che l’unico modo per farsi capire dai ragazzi è parlare la loro lingua. Molti arricceranno il naso, disgustati, pensando a qualcosa di negativo. Ma i giovani di oggi sanno raccontare la loro giornata in 140 caratteri e quella frase, unica, breve, concisa, è chiara e piena del significato che deve avere. L’utilizzo dei Social Network deve essere sfruttato dalla politica per farsi comprendere dai ragazzi, perché non esistono soltanto lati negativi, ma la positività della velocità con cui le informazioni possono raggiungere i tanti coinvolti permette ai ragazzi di organizzare manifestazioni, proteste, flash mob, espressioni della propria persona.

Il coinvolgimento dei ragazzi alla politica parte dalla nostra assunzione del loro punto di vista, perché quello che ho imparato in questi anni lavorando quotidianamente con loro è che tutto quello che ti serve per poter lavorare con loro e per loro, sanno dartelo sul palmo della mano e sanno regalarti infiniti spunti di riflessione, visione e revisione prima di arrivare a sera. E’ questo il cambiamento che la politica deve fare, senza bisogno di cantastorie e giullari per richiamare platea, solo mettendosi in cerchio e ascoltando quello che hanno da dire.

I ragazzi, se si porge loro una mano, arrivano subito.

 

 


Responsabilità. Un concetto precario o un’assunzione a tempo indeterminato

Matteo Renzi: “Se non ci prendiamo le nostre responsabilità, il lento logoramento delle istituzioni corre il rischio di far perdere competitività e credibilità al Paese” (intervento di Matteo Renzi alla Direzione nazionale Pd del 13 febbraio 2014).

I “governi di responsabilità nazionale”, le cariche di responsabilità, i partiti dei “responsabili”.
Non è che in latino sia mai stato un’aquila, ma a logica mi verrebbe da pensare che la parola venga da respòndere, ossia rispondere a sé o agli altrui delle proprie azioni.
Bè, mi pare che negli ultimi tre anni Monti, Letta, Renzi, il termine l’abbiano usato con una frequenza ed un’intensità quasi hard core (e chi conosce la musica hard core sa cosa intendo…), ma poi hanno veramente risposto? Sono quelle litanie, che dopo un po’ diventano liturgie, come il Pater Noster in latino, appunto. E a forza di sentire le liturgie, molti al significato non ci fanno più nemmeno caso. Se di vera responsabilità si trattasse, nessuno dei tre avrebbe accettato un incarico di premier di un paese democratico senza passare dal voto.

Ammettendo anche la deroga che in momenti eccezionali la Costituzione conceda al Capo dello Stato di nominare l’esecutivo, è pur vero che non si può vivere di mille proroghe. Altrimenti le eccezioni diventano norme, e sempre sull’onda sorda delle liturgie, le difese del sistema alle deroghe si abbassano, fino a far perdere il significato della stessa giustizia. Che poi per inciso, il Partito Democratico ha rotto le scatole per vent’anni a Berlusconi perché rappresenta un’anomalia, per  poi avvalersi a più riprese e senza soluzione di continuità di eccezioni alla norma? Non mi pare che la sovranità popolare sia una voce dopo l’asterisco in calce alla Costituzione… 

Ma guardate bene che non voglio entrare nella polemica se sia democratico o meno quello che sta succedendo con Renzi e prima con gli altri sodali di coalizione. Quella, come l’ho vista animarsi in TV e su Facebook tra i miei contatti del PD e del M5S è soprattutto  stata resa come uno scontro fra due principi, entrambi sacrosanti: la libertà di scelta popolare, contro la necessità di far ripartire l’economia. Potremmo discuterne per anni e non c’è dialettica che ne possa far prevalere uno sull’altro. Fra le opzioni democrazia da pane e acqua o dispotismo e champagne, penso che chiunque assennato sceglierebbe democrazia e lambrusco.

Quel dibattito, essendo aporia, appassiona solo chi non ha niente da fare o chi difende posizioni faziose. Mi interessano le conseguenze dell'”assunzione di responsabilità” momentanea di Renzi e della dirigenza Partito Democratico eletta da iscritti e simpatizzanti elettori ultimamente.

Guardate, io alle ultime elezioni ho votato M5S, dopo anni di DS, sinistra e compagnia bella. Una volta devo avere pure votato Fini, e l’ultimo giro anche Monti alla camera. Non mi piacciono le rendite di posizione, i diritti acquisiti, le tradizioni cieche e le liturgie a memoria.  Uno, il mio voto se lo deve conquistare e basta, e pure se il massimo bene è il meno peggio stai sicuro che lo voto.

Ma non è questo il punto. Il punto è che, avendolo sempre esercitato quel diritto, mi è capitato di sbagliare, pagandone le conseguenze in termini di economici e sociali, come individuo nella collettività. E, almeno personalmente, sbagliare non mi fa stare alla grande, anche se credo faccia parte del gioco. Dicevo, ho votato M5S al Senato. Seguo con passione e -vi assicuro- tra mille contraddizioni gli alti e bassi dei miei attualmente eletti. Ne sono compartecipe. Se loro fossero assenteisti o se sbaglieranno politica, io sarò corresponsabile del loro fallimento. E a meno che non sia un amante del fallimento cronico, cercherò di meglio, il prossimo giro, e chissà, magari creando concorrenza politica, contribuisco pure ad alzare la qualità dell’offerta in campo.

Se Renzi dovesse fallire nelle tre cose che deve fare, e credetemi, non glielo auguro per niente, chi sarà responsabile? E se fallirà, se ne assumerà la responsabilità a tempo indeterminato cambiando lavoro, al contrario di quanto hanno fatto i suoi predecessori nominati dal PdR? Se poi invece riuscisse, gli storici potranno sempre dire che è arrivato il grande principe a salvare un popolo di piccoli sfigati, incapaci di far valere i propri diritti.

Chissà se, passi la prima (Monti), passi la seconda (Letta), alla terza il popolo italiano, anziché gridare contro il palazzo, imparerà con maturità a guadagnarsi col voto la soddisfazione leggera delle sue vittorie e la consapevolezza profonda dei suoi errori.


Caro vecchio Holden, in due parole, scusa tanto

Quella storia del “fuori tema!” mi dava sui nervi.

Non lo so. Il guaio è che a me piace quando uno va fuori tema”

Forse quindici anni fa era troppo presto, e fra noi non poteva funzionare. Lessi il tuo racconto per metà, poi lo abbandonai perché come gli altri tuoi amici non ti capivo fino in fondo. E non è che la storia di quel tuo week-end di clandestinità newyorkese fosse particolarmente eccitante…

Alla soglia dei trentadue, con colpevole ritardo, sento di doverti delle scuse.

Alla fine io sono invecchiato -anche se non sono ancora propriamente vecchio, il tuo autore è invecchiato -tre anni fa è morto, e tu invece sei rimasto giovane, alla faccia nostra. 

A legger bene, J. D. Salinger aveva trentadue anni quando uscì The catcher in the rye, nel 1951. Insomma, voglio dire, avrà avuto circa trent’anni mentre lo scriveva…Vuoi vedere che è per quello? Che bisognava essere più grandi per capirti?

La biografia di Salinger dice ancora che aveva in mente qualcosa di simile anche prima, tipo qualcosa sugli adolescenti border-line. Chissà, forse non avrebbe scritto la tua storia con la stessa profondità nei primi anni ’40 (anche perché in quel momento era in guerra, a vent’anni). C’è pure scritto che lui stesso lo definì un romanzo semi-autobiografico, sicché è tutto un gioco di specchi.

A 17 anni quando ero tuo coetaneo, eravamo molto diversi. Io a scuola andavo piuttosto bene, mi impegnavo, senza esagerare, ma ci mettevo dell’impegno. Credevo in alcune cose, anzi in un sacco di cose: l’amore, la famiglia, la collettività, la politica…roba così. Idee, o ideali, se preferisci. Più che stare ai bordi, ero sempre in mezzo. Mi piacevano delle cose e quindi avevo un atteggiamento piuttosto positivo nei confronti del mondo. Forse perché lo vedevo dall’ottica della provincia, da quel buco in cui sono nato, dove i principi sembrano valere qualcosa, perché in fondo la maggioranza dei miei concittadini sta abbastanza bene. Anche se poi non fa altro che lamentarsi. E se stiamo abbastanza bene vuol dire che quei prinicipi bene o male per un certo periodo hanno pure funzionato. Volevo però spostarmi da quel buco che poco a poco mi stava inghiottendo. Volevo vedere le cose da una prospettiva più centrale. Non dico venire a New York, cosa che forse ci avrebbe unito di più, ma almeno da una capitale europea, quello sì. Ed è poi quel che feci.

A te invece non piaceva nulla, te lo disse anche tua sorella Phoebe, quando quella nottetornasti a casa di nascosto . Andavi male a scuola, i tuoi non li reggevi, e pensavi che agli amici di te non fottesse più di tanto. Non sapevi nemmeno in cosa credere dato che tutto ti sembrava una bizzarra messinscena -a tratti triste, a tratti divertente- ma pur sempre una messinscena. Per questo ti facevano incazzare gli attori e compagnia bella (neanche io poi vado pazzo per il cinema).

Sai qual è il punto, Holden? Ora credo di saperlo anche io. Il punto è che tutti dicono di volerti in un certo modo. Educato, corretto, conforme alle regole, eccetera eccetera, come se chi sei veramente non importasse nulla. E certo che uno si dimentica chi è veramente. Ma la cosa più ironica è che tutto ‘sto interesse che mostrano per la tua condizione per me è una balla stratosferica. Voglio dire, magari ai tuoi più cari sì, come a tua sorella Phoebe. Ma agli altri, ho dei seri dubbi. Vuoi vedere che il loro interesse principale è la tua conformità? Se stai dentro al seminato, non ci sono problemi. La questione non è tanto se i principi siano validi o meno…io penso che alcuni lo siano, però pochissimi e semplicissimi. Una conclusione a cui era arrivato anche il buon vecchio Nazareno, con quella storia dell’amatevi gli uni gli altri eccetera eccetera, prima che lo appendessero mani e piedi ad un pezzo di legno.

Si fa un gran baccano in questi ultimi anni sulla questione dei principi. Ed io ne ho piene le scatole. Ho vissuto sette anni nel luogo dove si creano, i principi. Quattro poteri concentrati a produrre le leggi, regole, norme di comportamento, modelli di successo…tutta roba che da lì viene. Eppure è la città dove meno si applicano, dove ci sono più deroghe, eccezioni, violenze, sperequazioni, disuguaglianze.

Sai cosa mi ha fregato, Holden? Il paradosso delle tette. Un pensiero fisso, a quell’età. Quelle che sembrano più belle sono sempre rifatte. E in bella mostra. Uguale per i principi.

Le scuse te le devo perché non capivo com’eri fatto e ti volevo come gli altri. Diverso. Oggi invece ti direi, rimani così inaccettabile, perché è per questo se alla fine siamo diventati amici.


Autunno di lotte locali – di Simone Papa

Si avvicinano le elezioni amministrative 2014 e molti nodi della discussa gestione comunale vengono al pettine.

Contrariamente a quanto spesso ci viene detto Modena non è una città che brilla particolarmente per la questione ecologica. La pianura padana, fortemente industrializzata, è già di per sé, dopo la Ruhr, fra le aree più inquinate d’Europa, e a ciò si aggiunge dalle nostre parti una politica scellerata in campo ambientale in tutti gli ambiti.

E’ di due anni ormai l’uscita del documentario Modena al cubo di Veronesi, ma da allora purtroppo non ci sono stati grossi passi avanti. Il piano urbanistico dopo le dimissioni di Sitta non è stato ancora messo in discussione, continuando a minacciare diverse aree verdi, tra cui le ormai famose falde acquifere di via Cannizzaro. L’inceneritore continua a diffondere nell’aria grosse quantità di polveri sottili  alimentato da grosse quantità di rifiuti provenienti da diverse parti d’Italia, un giro ‘affari che incrementa  gli introiti dei privati che lo gestiscono, al 49%

Durante il mio impegno nel movimento Verde Vaciglio, che si occupa di censire i nuovi cantieri del mio quartiere con l’obiettivo di capire perché ne stiano nascendo tanti,  mi è capitato spesso di avere ‘incontri ravvicinati’ con l’assessore all’urbanistica Giacobazzi, e il suo predecessore Sitta,,che ogni volta ci spiegavano come Modena sia piena di parchi, che è sbagliato parlare di quartieri-dormitorio perché Modena è una città culturalmente viva, e dalle loro parole sembra che ci siano sempre nuovi nuclei familiari, seppur ridotti a due-tre persone, interessati a cercare nuove abitazioni, senza spiegare poi perché non si riutilizzino gli stabili abbandonati e non si risolva prima la priorità degli sfrattati.

L’ultimo ‘incontro ravvicinato’ con le istituzioni si è tenuto domenica 6 ottobre durante presidio che avevamo lanciato sempre con Verde Vaciglio davanti alla circoscrizione 3 in viale don Minzoni, che causa pioggia si è poi trasformato in un’assemblea pubblica all’interno della sala riunioni.

L’obiettivo di questo evento era quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema scottante: la soppressione delle circoscrizioni e il riutilizzo degli stabili che oggi ne ospitano gli uffici. Sono passate già alcune settimane da quando abbiamo inviato a tutto il Consiglio Comunale una lettera elencando le nostre proposte in merito per l’impiego degli spazi vuoti che si verranno a creare:  deposito biciclette(con possibile evoluzione in ciclofficina), biblioteca di scienze naturali e filosofia ambientalista, campetto da basket all’esterno e spazi da mettere a disposizione per le associazioni.

La presenza delle istituzioni era garantita dalla presenza dell’assessore Poggi, secondo una prassi tradizionale che risale ai tempi del PCI in cui membri del partito o della giunta si presentano agli incontri dei movimenti e dei comitati nati dal basso per catalizzare l’attenzione su di sé e incanalare la protesta verso i canali ‘ufficiali’ del confronto con l’amministrazione.

Se devo dire la verità la sua presenza si è rivelata utile, più che altro come fonte d’informazione, ma anche per dare maggior risalto a un’iniziativa che in parte causa pioggia non ha avuto un seguito numerosissimo, tuttavia non ho potuto ancora una volta evitare di notare la miopia velata di ipocrisia che si celava dietro a molti suoi interventi.

A cominciare dalla consueta apologia retorica nei confronti delle numerose occasioni di fare socialità per gli abitanti di Modena in numerosi luoghi di aggregazione, argomento quantomeno discutibile se non risibile, e che a me è sembrata piuttosto un’esagerazione per nascondere semmai un eccesso opposto, che tuttavia detta dal piedistallo di uno che di mestiere fa l’assessore sembra sempre più sensata. Per finire con la critica alla nostra proposta del deposito bici, che poteva anche essere condivisibile di per sé, ma che relativamente al discorso che in quartiere non c’è grossa richiesta di uno spazio del genere fa aprire lunghi discorsi ad esempio sul fatto che l’uso della bici andrebbe incentivato a prescindere da una effettiva richiesta dei cittadini, altrimenti si fa politica solo sondando il già esistente senza cambiare mai niente, e difatti la nostra proposta si allargava a una possibile evoluzione del deposito in ciclofficina.

Su una cosa però l’assessore è stato corretto, ovvero ha messo bene in chiaro che qualunque proposta dal basso non deve mai pretendere di essere buttata lì in attesa che dall’alto si faccia qualcosa in merito, ma ci si deve già muovere autonomamente per fare sì che le proposte siano più concrete e attualizzabili. Peccato poi che i fondi per le associazioni vengano assegnati senza criterio, a pioggia da una parte e zero da un’altra, e che se uno vuole davvero auto organizzarsi per conto suo come si deve senza essere un’associazione viene poi tacciato di ‘saltare i canali istituzionali’…

Per info sulle iniziative di Verde Vaciglio:

http://verdevaciglioblog.wordpress.com/

Ci tengo a precisare che il contenuto di questo articolo è espresso totalmente a titolo personale e non rappresenta la linea ufficiale del movimento


Firem: una battaglia per difendere la cultura industriale italiana

Quest’estate abbiamo assistito ad un nuovo e sconcertante fenomeno sui luoghi di lavoro. In una fabbrica di Formigine (provincia di Modena) dove si producono resistenze elettriche, la Firem, pochi giorni dopo la chiusura degli impianti per le sopraggiunte ferie estive, sono stati portati via nella notte tutti i macchinari: destinazione Polonia. Gli operai lo hanno scoperto il giorno dopo, senza la possibilità di discutere la scelta del loro datore di lavoro. Fabrizio Pedroni, proprietario dell’azienda, ha motivato la sua scelta sui giornali puntando il dito contro la tassazione inaccettabile del nostro Paese. In ogni caso l’azienda non aveva sofferto la crisi dal punto di vista produttivo, anzi la mole di lavoro era cresciuta a tal punto da dover rendere necessari turni straordinari per gli operai: condizioni eccezionali nella situazione di crisi che viviamo oggi.

Il caso di questa azienda, emulato successivamente da altre due ditte del Nord, ci spinge dunque a riflettere sul modo di fare impresa oggi in Italia. È vero, il mercato è ormai globale e servono strategie e condizioni adatte ad operare in questo contesto: la burocrazia opprimente, la difficoltà di accesso al credito e il livello di tassazione eccessivo che gravano sulle imprese sono fattori che disincentivano l’attività imprenditoriale. Viene dunque da chiedersi come mai a fronte di queste condizioni economiche, il nostro paese rimanga secondo per industria manifatturiera in Europa, anche se vi sono paesi a noi vicini come la Polonia o la Serbia che offrono incentivi e condizioni di partenza ottimali per lo sviluppo di un’impresa. Perché le nostre esportazioni, pur calando la domanda interna, rimangono stabili? Insomma cosa spinge i tanti imprenditori che sono rimasti a produrre in Italia?

Non è verosimile dire che lo fanno solo per questioni patriottiche. Forse questi industriali rimangono qui da noi perché trovano elementi a supporto della produzione che non esistono in altri paesi. Faccio un esempio concreto rimanendo nell’ambito modenese. Il nostro tessuto industriale è specializzato nella produzione di macchine utensili, cioè di macchinari da fabbrica, uno dei fiori all’occhiello prodotti dalle piccole e medie imprese metalmeccaniche presenti sul territorio. Perché proprio da noi è maturato questo talento? Perché già dal secondo dopoguerra (ma anche prima) si è andata affermando una cultura delle lavorazioni meccaniche, grazie alla quale la popolazione modenese ha prodotto un gran numero di operai specializzati. Questo processo di sviluppo si fonda sulla tradizionale capacità artigianale già presente sul territorio e diffusa soprattutto nell’ambito contadino; ad essa si è aggiunta la pianificazione di un sistema di formazione professionale (v. istituti come il tecnico F. Corni) che creasse una manodopera specializzata che rendesse competitive sul mercato anche le piccole e medie imprese; infine il settore è andato sprovincializzandosi, arrivando a costituire grossi marchi di livello internazionale (come la Fiat Trattori oggi New Holland, la Ferrari e la Maserati). Questa commistione ha generato nel tempo una cultura industriale meccanica che ha trasformato l’Emilia in una terra di motori. Per questo produrre sul nostro territorio resistenze elettriche, cruscotti per le Maserati, parti di macchine e auto di qualsiasi tipo è molto più facile che altrove.

Vai tu a trovare in Polonia un lavoratore capace di svolgere un processo di alesatura (lavorazione meccanica per correggere lievemente l’assialità e il diametro dei fori) artigianale!

Il ruolo centrale di questa cultura industriale e dei lavoratori che l’hanno sempre incarnata è testimoniato anche dal fatto che una grossa fetta degli imprenditori che in Emilia sono riusciti ad avere successo nascevano come operai. Solo dopo aver lavorato in differenti fabbriche, su differenti linee di produzione, dopo aver cioè maturato un bagaglio di idee e competenze notevole, riuscivano a mettersi in proprio diventando finalmente imprenditori a loro volta. Questo processo ha favorito in molti casi la creazione di aziende ad alto tasso di innovazione, spesso capaci di inventare nuove lavorazioni o di creare nuove produzioni. Questi sono tra gli elementi che ci hanno consentito di costruire una ricchezza enorme e di redistribuirla creando benessere.

Ora, per acquisire queste competenze ci sono voluti decenni di impegno, investimenti, rischio di impresa ecc. E non è detto che trasferendo la propria produzione all’estero si riesca in un battere di ciglia a riprodurre queste condizioni economiche.

Perciò la domanda che mi faccio come cittadino italiano è questa. Se queste regole e questa cultura del lavoro hanno consentito all’Italia, pur con tutte le sue difficoltà, di costruire il suo successo industriale diventando uno dei paesi più sviluppati del mondo, è il caso di mettere in discussione questa impostazione? Se noi lasciamo che i macchinari di una fabbrica siano spostati nella notte vanificando l’impegno e l’investimento fatto durante gli anni dai lavoratori attorno a quella produzione, stiamo sconfessando l’importanza del lavoro di qualità che i nostri operai svolgono sul territorio. Se noi non ci opponiamo ad imprenditori che hanno usufruito per anni di incentivi, sgravi e sostegni di ogni genere da parte dello Stato e degli Enti Locali e che ora vogliono andarsene senza ripagare l’impegno che la comunità ha profuso nei loro confronti, allora risulteremo succubi dell’attività imprenditoriale e del solo profitto.

profitto. Se noi lasceremo che i segreti delle nostre produzioni emigrino all’estero, allora saremo derubati di ciò che ha fatto la nostra fortuna. Ed infine ,se lasceremo che le imprese chiudano o delocalizzino anche quando hanno ancora margine produttivo, senza discutere e concertare con i rappresentanti dei lavoratori, allora smetteremo di riconoscere l’importanza degli operai che hanno contribuito in prima persona a rendere le nostre produzioni speciali e a volte uniche, e quindi molto appetibili sui mercati.

Chiedo perciò agli imprenditori: chi porterà avanti il processo di innovazione costante che oggi è richiesto ad una piccola impresa per stare sul mercato? Gli operai polacchi abituati alla meglio a produzioni standardizzate?

La delocalizzazione selvaggia di produzioni specializzate non è la risposta migliore alle difficoltà della crisi, perché in un primo momento può alleggerire i costi della produzione, ma alla lunga non consente di mantenere intatta quella qualità che rende i nostri prodotti concorrenziali. La soluzione è battersi seriamente per una riforma fiscale equa, per far ripartire gli investimenti pubblici e privati, per costringere le banche a fare le banche e cioè a prestare denaro. Non scappare dall’Italia nelle notti d’estate.

E per far ricordare agli imprenditori il valore che la cultura industriale e l’esperienza dei nostri lavoratori rappresentano, bisognerebbe creare una normativa apposita. Gli sgravi, il sostegno alle imprese in termini di formazione, gli incentivi sull’acquisto di nuovi macchinari e la costruzione di infrastrutture che sono state a carico dello Stato sono un valore collettivo, un bene comune, di cui in primis usufruiscono gli imprenditori. In cambio si chiede lavoro e responsabilità sociale di impresa. E se si decide di andare via? È nelle possibilità di un imprenditore, ma a quel punto bisogna restituire quello che si è ricevuto dal nostro paese e dalla comunità locale. Per questo penso che istituire una penale di uscita per le imprese che decidono di delocalizzare sarebbe una misura giusta per risarcire le comunità nazionali e locali di tutte le azioni di sostegno all’impresa che non hanno ricevuto in cambio abbastanza dall’attività economica. Questo aiuterebbe gli imprenditori a tenere in maggior considerazione il supporto dello Stato e promuoverebbe un rapporto più responsabile e di lunga durata tra le aziende e il nostro Paese, aspetto che gioverebbe ad entrambi.


Conservare per progredire

orto bot

Per quanto abbia cercato in tutti questi anni di tenermi lontano dalla biologia, a più riprese e sempre più insistentemente essa si è parata di fronte al mio cammino umano, scientifico e professionale.

Non so da cosa esattamente derivasse quell’avversione, forse dalla mia repellenza adolescenziale verso il meccanicismo di certe scienze “esatte”, tipica dei soggetti attratti per indolenza dai metodi delle discipline “umanistiche”, solo in apparenza più in-disciplinate delle prime. Ai tempi del liceo soddisfacevano di più gli aspetti lascivi del mio carattere.

Piano piano negli anni, ho forzatamente dovuto cimentarmi a camminare su quella sottile fune che separa le scienze umane da quelle naturali. Maestri di prim’ordine in materia, grazie al cielo, ve ne sono tanti; le cronache sono piene di  funamboli professionisti, la cui opera in uno dei due campi ebbe profonde ricadute sull’altro, influenzando lo “spirito del tempo” e finanche la cultura popolare: le prime parlano dei pre-socratici, che erano ascoltati in quanto matematici, fisici, astronomi e naturalisti prim’ancora che come filosofi. E dopo di loro tanti altri: Lucrezio, Leonardo, Galileo, Newton, Darwin, Pavlov, Einstein, ma solo per prenderne alcuni fra i più celebri. Oggi basta seguirà alcune TED conferences per averne un assaggio (tra tutte consiglio quelle di Hans Rosling, che mette insieme, statistica, economia, sociologia, politica, fisica, medicina, v. qui). La storia è costellata di micro e macrofasi in cui le scienze umane e quelle naturali flirtano, si contaminano, per poi divorziare violentemente e prendersi a randellate. Solitamente, fra i due litiganti, il terzo gode, ma dato che il terzo è la religione, questa diventa tutta un’altra storia che meriterebbe riflessioni ben più ampie. Diciamo solo che, come sostiene Bertrand Russell, il trionfo della religione tende a verificarsi quando, non esistendo una Scienza che legittima ogni sua branca, preferendo illuminarne alcune e oscurandone altre, induce tutti quanti a non crederle e ad affidarsi alla luce d’emergenza, la fede. Non è male la fede, s’intende. E’ un po’ come il bastone del funambolo, uno strumento che non possediamo per definizione, ma senza il quale abbiamo buone possibilità di cadere prima ancora di arrivare dall’altra parte del baratro. Ora che sono alle prese con l’educazione siberiana di nonno Kuzja ne sono ancora più convinto. La fede misura in un certo senso lo spazio che divide noi dalla conoscenza assoluta e quindi da dio, misura l’ignoranza e al tempo stesso porta con sé la tensione a superarla; benché da Galileo in poi abbiamo messo la quarta, la distanza non è coperta e siamo profondamente immaturi per colmarla tutta. Per cui ben venga la fede. Aggiungere, all’occorrenza, un po’ di scetticismo…

Una di quelle fasi di fermento culturale scientifico degli ultimi quattro secoli è senz’altro quella che va grossomodo da metà del ‘700 alla fine dell”800, un secolo e mezzo tutt’altro che uniforme dal punto di vista delle tendenze di pensiero, ma durante il quale furono sconfitte molte censure e si costruì molto del nostro attuale modo di pensare ed agire. Fu epoca di rivoluzioni in Europa: i grandi apparati statali conservatori e centralizzati ponevano resistenze alle spinte innovatrici della borghesia sempre più nutrita e spavalda. Nell’Italia frazionata dell’epoca e così anche nel -relativamente- piccolo Ducato Estense la forca non andava così di moda: quelle stesse istanze furono incanalate piuttosto in opere riformatrici che si prefiggevano di declinare nella vita pratica le nuove acquisizioni scientifiche e tecnologiche.

Abusi nella Giustizia, nelle Liti, nelle Dogane, da togliersi…Prmouovere la mercatura, far operar la gente, e non disanimarla colle troppe gravezze sopra le manifatture , seta, canapa, lana, vini, e acquavite, da manipolarsi qui. Lasciare che si estraggano bestiami e altre cose per tirar fuori denaro nello stato. Far coltivare meglio le campagne; ben valersi de’ fiumi e por freno alle inondazioni. Ecclesiastici che non assorbiscano tutto. Studio delle belle e buone lettere da promuoversi per la gloria e l’utilità dello stato; […] erigere de gli spedali per li poveri infermi, e per li fanciulli esposti […] Similmente gloria è di un paese, dove l’attenzione del principe si stende a procurare tutti i mezzi possibili, perché la povera gente abbia da lavorare e guadagnarsi il pane colle sue fatiche”.

Ad enunciare questi precetti programmatici, non fu un burocrate, un economista, o un giuslavorista, bensì l’allora bibliotecario dell’Estense, Ludovico Antonio Muratori, preposto all’educazione del futuro duca Francesco III. Francesco, durante i suoi quarantatre anni alla guida del ducato, operò nella direzione indicata dal precettore: Codice Estense, Riforma del Catasto, Università degli Studi, Ospedale, opere di bonifica e viarie, come la via Vandelli, Musei ed Istituti Scientifici. Se dal punto di vista fiscale non fu così “liberale”, fu anche perché tutte quelle riforme e opere, in fin dei conti, costavano parecchio.

Una delle numerose tracce materiali che quel periodo fecondo lasciò in eredità a Modena è l’Orto Botanico. Costruito nel 1758, per volontà  di Francesco III, è uno dei dieci più antichi al mondo. Il duca dispose che una parte del Giardino Ducale fosse destinata alla “dimostrazione” delle piante medicinali. Nel 1765 si stabilì una “Cattedra Pubblica di Botanica a vantaggio della Facoltà Medica e dell’Arte Aromataria”. Iniziarono poi le pratiche per la costruzione di una “stufa”, che consentì l’introduzione di piante esotiche accanto a quelle coltivate precedentemente.

Nel 1772, con la Grande Riforma Universitaria, l’Orto Botanico passò sotto la giurisdizione dell’Università, scrollandosi di dosso l’esibizionismo aristocratico per assumere un ruolo primario nella sfera scientifica della ricerca e della didattica. Nello stesso anno, su disegno dell’Architetto Giuseppe Maria Soli, “vennero determinate le aiuole destinate alla coltivazione delle piante officinali e fu compiuto lo scavo d’una ampia vasca  per l’irrigazione e per la flora acquatica nell’area situata verso mezzodì”. Spallanzani, tra gli altri, vi studiò e senza la sua opera forse crederemmo ancora che Adamo nacque dal fango e quindi alla teoria della generazione spontanea, demolita poi definitvamente da Pasteur a Parigi un secolo dopo le prime osservazioni di Spallanzani.

L’Orto Botanico di Modena possiede collezioni vegetali viventi e non viventi. Le collezioni delle Serre Ducali comprendono una grande varietà di specie botaniche esotiche, differenziate in termini di provenienza e di adattamenti all’ambiente. La Serra Calda contiene esemplari straordinari nella forma come nel nome: Cyperus papyrus, Monstera deliciosa, Ficus benjamina, Ficus nervosa, Pistia stratioides, Eichornia crassipes, Lemna minor, Salvinia natans, Azolla caroliniana. La Serra delle Piante Succulente ospita ambientazioni esemplificative di ambienti subdesertici,  e l’aiuola centrale esemplari ragguardevoli di Echinocactus grusonii, Euphorbia resinifera, oltre a varie specie di Gasteria e Aloe. Nelle aiuole della serretta si trovano Bromeliaceae, Liliaceae, felci esotiche, tillantsie, cactacee epifite con alcuni esemplari del gen. Rhipsalis e, tra i rampicanti, il pepe (Piper nigrum). Ci sono poi le collezioni storiche di vegetali non viventi: l’Erbario, la Carpoteca e la Xiloteca; l’erbario comprende decine di migliaia di campioni di piante a fiore, felci, muschi, funghi, alghe, licheni, raccolti in natura o provenienti da acquisti e scambi. L’erbario lichenologico di Francesco Baglietto è considerato il più importante erbario lichenologico storico a livello europeo. La Carpoteca è costituita da un migliaio di campioni vegetali di vario genere, conservati in parte all’interno di vasi di vetro sigillati: si tratta prevalentemente di semi, frutti e altre strutture riproduttive, ma anche di fusti aerei, rizomi, tuberi, bulbi, radici, foglie, galle, resine e altri essudati vegetali (gomma, manna, incenso ecc…), funghi, spore e tanto altro.

In un mondo ancora non globalizzato la collezione di confronto era un aspetto fondamentale per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica in ogni disciplina. Con questa consapevolezza, maturata dopo due milleni di pensiero aristotelico che poneva il principio dell’autorità al di sopra di qualsiasi acquisizione sperimentale (v. il processo a Galileo), nacquero i musei universitari sopravvissuti ai tonfi ideologici del ‘900, anche se oggi in crisi di risorse; una crisi che sta suggerendo alla politica di privatizzare questi istituti storici, attraverso le fondazioni private a partecipazione pubblica, prospettiva questa che investe anche lo stesso Orto Botanico (v. articolo di stefano Luppi sulla Gazzetta di Modena).

Allora come oggi, grazie alle collezioni dell’Orto Botanico, progredisce la ricerca in campo biologico puro e in supporto alle altre discipline, tra cui anche quelle umanistiche, come l’archeologia e la biblioteconomia.

Se fra sette e ottocento, l’idea di conservazione e di progresso rappresentavano come nell’idea di Muratori due parti inscindibili del sapere umano e dell’agenda programmatica per lo sviluppo socio-economico della collettività, nel ‘900 la politica ha contribuito fortemente a spaccare in due fronti spesso strumentalmente constrapposti progressisti e conservatori.

Oggi mi pare di intravedere un nuovo movimento che aspira a quest a riconciliazione, e ancora, come due secoli fa, non prende il via dalle classi dominanti. Un’idea, anzi, che in barba alla classe dominante che ancora parla di “consumi” come motore del benessere, va in direzione diametralmente opposta al consumo indiscriminato di cose, materiali, suolo, ma che tende a conservarne il valore, reinterpretando, ritrasformando, riciclando, attraverso l’uso della tecnologia, come insieme organico di skills and knowledge, ossia di abilità manuali e conoscenze teoriche acquisite nei tempi lunghi che la prassi, l’economia reale e il progresso umano richiedono. In qualche misura è una nuova forma di umanesimo giacché rimette al centro non più gli oggetti, come faceva il Mazzarò di Verga con la sua “roba”, e nemmeno solo l’Uomo con la U maiuscola che pretendeva di occupare il centro dell’Universo e la mente di Dio, come volevano le “autorities” pre-darwiniane. No, sembra piuttosto essere un qualcosa di meno più misurato, un uomo consapevole della sua insgnificanza nell’universo, ma del significato del proprio agire nei confronti di se stesso, dei propri simili, della collettività e del mondo che occupa.

Ci sono casi in cui la classe dirigente non comprende la portata storica di questo movimento. Ma basta sintonizzarsi sul web, leggere i blog, le testimonianze, i reportage, e ciò appare ormai piuttosto chiaro. In Turchia la protesta parte dal Gezi Park per la conservazione dell’area verde dall’edificazione di un centro commerciale, ma si porta appresso tante altre istanze di radicale rinnovamento delle politiche economiche e sociali. In Brasile, la rabbia dei giovani esplode contro le spese esorbitanti per i mondiali di calcio 2014, a fronte di enormi carenze dello stato sociale in tutto il paese.

In Italia, da nord a sud si moltiplicano i movimenti, le associazioni, i comitati, schierati contro l’abuso di suolo e risorse e insieme in favore di un progressiva acquisizione di diritti, di una redistribuzione più equa della ricchezza, dell’investimento pubblico in cultura e ricerca.

Una definizione univoca di questo movimento di scala mondiale non esiste ancora. La storia gli incollerà un’etichetta, (“occupy#”?), ma quello che è forse più stimolante attualmente, è sperimentarne la portata, smettendo di piangere miseria, e salendo su quel treno. Che ci piaccia o meno, questo sembra essere l’unico treno che anche senza benzina oggi continua inesorabilnente a camminare.