Storie di confine. Migranti fra Serbia e Ungheria (intervista a Francesca Zanoni)

Nel giorno di celebrazione dei primi trattati europei, raccontiamo insieme a Francesca Zanoni, attivista di Labas, cosa succede alla frontiera dell’Unione, dove masse di migranti tentano di valicare i confini.

 


Il destino

In qualunque sala di attesa di questa città gli schermi degli smartphone riflettono la sofferta anima di un proprietario di carta di credito.

Il Prozac va ancora di moda nel 2017.

Scopriamo pianeti abitabili oltre la nostra galassia, ma sul nostro la gente muore ancora di malattie e fame, nella miseria. Torreggianti demoni infestano i palazzi del potere, e in Romania i politici finiscono nei cassonetti.

Sembra assurdo, ma molte cose di questi anni lo sono.

L’emergenza della “Crisi” si è rivelata come una questione non transitoria, ma di modello, di sistema: la globalizzazione ci ha allontanato invece che avvicinarci. Tutti i punti oscuri della mappa sono stati scoperti e nella vastità del nuovo mondo l’uomo si è perso.

Gli uomini non riconoscono più nello straniero un loro simile: dopo tutte le rivoluzioni che si sono fatte apre le frontiere alle merci, ma non alle persone. Il flusso di informazioni ad altissima velocità appiattisce ogni contenuto e intorbidisce il cervello dell’ascoltatore. Hanno compromesso con i media il linguaggio e buona parte della nostra proprietà di pensiero.

 

L’African Production è un progetto ambizioso che osserva e racconta con i tempi del documentario ma con la raffinatezza dell’indagine di denuncia cosa siamo diventati.

Gli elaborati pubblicati con questo titolo e su questa piattaforma avranno lo scopo primario di riportare spazio, dignità e bellezza ai volti, alle parole e alle immagini, alle storie.

Il grande fratello ci spia… Sticazzi, che guardi! Perché raccontare se la massa critica si assottiglia? Perché è la cosa più ribelle che possiamo fare contro l’Assurdo che ci circonda, e in quanto tentativo assurdo, non è detto che non ci salvi.


La Terra dei Padri. Un problema di etichetta?

Modena, Villaggio Artigiano, 14 Gennaio 2017. Inaugura il circolo culturale  “La Terra dei Padri”, mentre fuori si tiene la manifestazione di protesta in un clima di forte contrapposizione. Fascismo, antifascismo, resistenza….le parole si inseguono a definire le identità. Dal canto loro, i fondatori del discusso circolo si defilano da etichette che “avranno sempre meno valore”. La amministrazione si preoccupa, la questura controlla.

Fabio De Maio parla del programma culturale del circolo, tutto o quasi di conferenze (clikka qui per l’intervista integrale). Non sembra un programma à la “Alba Dorata” con azioni sociali anche “di strada”. Vedremo come si evolverà questa vicenda.


Quei 50/60enni come Michele Serra che mi fanno tanto arrabbiare

 

Oggi esiste in Italia una solida classe di cinquantenni/sessantenni disillusi e cultori del potere in sé per sé che spesso guida il Paese. Appoggiano l’azione del governo Renzi in modo laico, fintamente distaccato, ma ineluttabile: come se fosse l’unica strada da percorrere. Un po’ se ne vergognano, perché in gioventù erano comunisti, socialisti o democratici, ma in loro prevale il gusto della rivincita (dopo anni di sconfitte finalmente vedono il loro partito saldamente al governo). Sparano a zero sui social network su chi critica il governo opponendo altri valori, richiamandosi alla democrazia, segnalando che l’occupazione non sta ripartendo, che la crisi non è superata. Ma loro niente, sembrano non sentire. Per loro va bene così: c’è un governo stabile, le insegne sono quelle giuste e questo è il massimo a cui possiamo ambire al momento. Spesso hanno un lavoro sicuro (no, non credo abbiano un contratto a tutele crescenti) o comunque una solidità economica tale da potersi ritenere tranquilli. Lo dico perché oggi per scrivere così serenamente certe cose, come quelle che ho letto nell’ultima “Amaca” di Michele Serra, bisogna proprio sentirsi al di sopra di un certo inferno di difficoltà quotidiane che attraversa il Paese.

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Questi cinquantenni/sessantenni probabilmente credono che la precarietà sia una forma di narrazione per lamentosi, che chi si rimbocca le maniche ce la fa sempre e comunque, che la lettura dei dati relativi all’occupazione fatta da Poletti in questi mesi sia realistica e veritiera, che, male che vada, oggi quando si lavora in Italia si porta a casa uno stipendio di almeno 1200 euro mensili.

Per loro una parte del dissenso espresso da chi non condivide la proposta di riforma costituzionale targata Boschi è un elemento di fastidio (li definiscono nani brontoloni, gufi, disfattisti, tafazziani, minoritari inconcludenti). Per loro il fatto che un gruppetto di quarantenni sia riuscito ad arrivare ai vertici del Pd e stiano governando (sono sicuro che ancora non gli paia vero che il Pd sia al governo del Paese) è un fatto generazionale e come tale positivo, a prescindere da come il governo si realizzi. Poco importa che il partito in questione si sia circondando di un sottobosco inquietante di personaggi che vanno da Verdini ad Alfano, dai seguaci di Monti ai rampanti moderati forzisti come Bondi senza cui il governo attuale non esisterebbe. Berlinguer e la questione morale sono morti e sepolti, appartengono al passato, un passato da dimenticare perché sinonimo di sconfitta. Per questi signori, Renzi, la Boschi e gli altri stanno riformando la società italiana per renderla più aderente a come è cambiato il mondo: ma se questo è mutato abbattendo diritti, riducendo gli spazi di democrazia, alzando muri contro i migranti, togliendo alla collettività per dare ai Mercati perché mai dovremmo voler adeguarci, mi chiedo?

Infine per questi cinquantenni/sessantenni i “nani brontoloni” in questione sono soltanto vecchi e hanno tutti fame di potere: per questo strillano, per questo frenano, per questo criticano i bravi giovani riformatori: perché vorrebbero sedere al loro posto. Insomma sono più che altro invidiosi.

Caro signori cinquantenni/sessantenni quelli che si incazzano per questa riforma non sono nani brontoloni, non sono tutti vecchi, non appartengono soltanto alla cosiddetta “sinistra Pd” o ai compagni che sbagliano creando formazioni alla sinistra del Partito Democratico perché godono nel perdere o far perdere gli altri (voi), non sono a prescindere contro il ricambio in politica. Rappresentano un mondo vasto e variegato per ideali, per età e per motivazioni.

E semplicemente non vogliono adattarsi. Alla precarietà loro, dei loro figli e dei nipoti, all’idea che la politica sia un’arte complessa prerogativa di pochi, al fatto che l’opposizione in un regime democratico sia solo un freno e una fastidio inutile da rimuovere, al fatto che sia meglio fare (anche male) e in fretta che non fare affatto, al fatto che si debba essere leali verso il proprio partito costi quel che costi (Job Act, Sblocca Italia, Italicum, Buona Scuola) in nome della stabilità.

Per favore cerchiamo di non essere banali e faciloni verso chi esprime un disagio, anche quando lo fa in modo scomposto, anche quando potrebbe essere facilmente bollato con una come “populista”. Cerchiamo di non farlo perché di fronte a noi ci sono fatiche quotidiane insormontabili (persone che non hanno un lavoro, che ne hanno uno (o più) ma sono comunque poveri, che non riescono immaginare il loro futuro, anziani malati che non hanno i soldi per curarsi negli ospedali pubblici, una scuola sempre meno finanziata dallo Stato e sempre più simile ad un’azienda, un sistema industriale che non può pensarsi come tale perché non ha politiche d’indirizzo ecc. ecc.). Viviamo in un’epoca drammatica, anche se non lo è per tutti, che non si risolverà con scorciatoie o dichiarazioni enfatiche sui nani brontoloni o gli animali notturni della foresta.

Smettiamola per favore con queste categorie, con questa acredine verso chi vorrebbe solo essere ascoltato, perché quando si intraprende la strada della superiorità intellettuale in periodi come questo si rischia facilmente di cadere dall’amaca. E dopo il passaggio al grido di “annientiamoli tutti” diventa pericolosamente breve. L’Europa lo dimostra tutti i giorni.


Società occidentali e diseguaglianze. Dati interessanti

Richard Wilkinson, professore di Epdemiologia e Public Health  a Nottingham e alla UCL, spiega la relazione fra diseguaglianze e grado di benessere delle società occidentali (+ il Giappone).

Il  dato più interessante è che non c’è alcuna relazione tra omicidi, alcolismo, malattie mentali, etc. (messe  sistema) e il reddito medio pro capite, che misura la ricchezza media di un Paese. Ma quando lo stesso indice comprensivo si mette in relazione, anziché con il reddito medio pro capite,con la differenza fra i redditi più alti e quelli più bassi, la relazione c’è e si capisce bene quale.

Non importa quale strategia politica si mette in campo per “livellare” le differenze economiche, se una più liberale o con un maggior intervento dello stato attraverso la tassazione. Si può perciò ridurre a monte la sperequazione fra i redditi o operare politiche tributarie e di welfare che a posteriori favoriscano i meno abbienti. Il risultato è comunque un maggior benessere collettivo.

 


Qualche dato sulla casa a Modena

In 5 semplici grafici, come è cambiato il rapporto tra i cittadini modenesi e la casa dagli anni ’50 ad oggi.

Quante sono le case oggi non abitate? Quanti gli affittuari e quanti i proprietari? Come sono cambiati i nuclei famigliari? E infine quante abitazioni si sono costruite negli anni in rapporto alla variazione della popolazione?

 

In 5 semplici grafici, come è cambiato il rapporto tra i cittadini modenesi e la casa dagli anni ’50 ad oggi.

Quante sono le case oggi non abitate? Quanti gli affittuari e quanti i proprietari? Come sono cambiati i nuclei famigliari? E infine quante abitazioni si sono costruite negli anni in rapporto alla variazione della popolazione?

Fonte: rielab. da dati Servizio Statistica Comune di Modena

http://www.comune.modena.it/serviziostatistica/pubblicazioni/annuari/annuario2014/edilizia2014/edil_tav2014.shtml


Sgomberare gli occupanti.

Gli articoli della Gazzetta di Modena

11 maggio. Lo sgombero e i successivi scontri

14 maggio. Più elementi

 


Cara sorellina, ora parliamo di giovani e politica.

S: Giuly, tra poco voto, mi spieghi qualcosa?

Io: Qualcosa….. di cosa?

S: Qualcosa di politica, per capire. Io non so cosa devo sapere.

 

Eccoli li, gli occhi di quelli che devono fare qualcosa per forza, per raggiungere un minimo socialmente accettabile, gli occhi dell’imposizione. Tra poco devo votare e non so niente, mi dice come se fosse una colpa da attribuire a qualcuno di indefinito e lontano, senza nome e senza occhi probabilmente, chiamato Politica. Le dico che il modo più bello per imparare qualcosa di politica è leggere la Republica di Platone, figuriamoci la sua faccia. Provo a farle seguire un telegiornale, con risultati nulli. Poi, come un azzardo finale, giocando l’ultima carta, le dico Vieni al confronto tra i candidati per le primarie di Fiorano, partiamo da li, dalle idee e dalle parole.

Spiegare ai giovani qualcosa di politica significa regalare loro una speranza offuscata dalle cantilene televisive e giornalistiche di una retorica discorsiva vecchia, arcaica, incomprensibile. Significa, prima di tutto, cambiare le parole della politica, cambiare gli schemi attraverso cui l’intera classe dirigente del paese si nasconde per non farsi capire troppo dalle menti votanti. Ma prima di tutto vuol dire mettersi in mezzo al loro cerchio, ascoltarli, cercare di capire e cambiare noi stessi per dare loro un mondo più accessibile.

La necessità di ascoltare i ragazzi si è manifestata martedì sera presso Casa Corsini, con l’incontro che il candidato alle primarie PD Francesco Tosi ha fortemente voluto per sentire dai giovani che cosa non funziona a Fiorano e che proposte deve portare in sede di discussione politica per rendere il nostro comune un posto vivibile da tutti.

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L’affluenza è stata molto buona, visti i precedenti riguardanti la fascia d’età 16-24 anni, la partecipazione alla discussione fantastica perché mai avrei pensato di poter sentire ragazzi confrontarsi e mettersi a disposizione della politica per creare un comune migliore.

Tosi ha avuto il merito di parlare poco e di ascoltare tanto, in mezzo ad un cerchio comunicativo che è servito a far sentire i ragazzi dentro alla conversazione. Parlare di Fiducia, Partecipazione, Volontariato, Aggregazione non è mai facile senza ottenere una soglia di noia mortale per l’attenzione dei ragazzi.

Quello che è successo Martedì è stato un piccolo passo verso una nuova visione delle politiche giovanili perché l’unico modo per avvicinare i giovani alla politica è assumere il loro punto di vista, ascoltarli e partire dal presupposto che per i ragazzi 1+1 fa sempre 2 e quel 2 lì non è fraintendibile, non è un 3, è semplicemente un 2. Significa che loro sanno esprimere in modo chiaro, conciso e privo di oscurità il loro pensiero, talmente attinente alla realtà da spiazzare il mondo adulto ormai abituato a strutture e sovrastrutture linguistiche che allontanano quello che si dice da quello che si fa.

Dobbiamo comprendere che l’unico modo per farsi capire dai ragazzi è parlare la loro lingua. Molti arricceranno il naso, disgustati, pensando a qualcosa di negativo. Ma i giovani di oggi sanno raccontare la loro giornata in 140 caratteri e quella frase, unica, breve, concisa, è chiara e piena del significato che deve avere. L’utilizzo dei Social Network deve essere sfruttato dalla politica per farsi comprendere dai ragazzi, perché non esistono soltanto lati negativi, ma la positività della velocità con cui le informazioni possono raggiungere i tanti coinvolti permette ai ragazzi di organizzare manifestazioni, proteste, flash mob, espressioni della propria persona.

Il coinvolgimento dei ragazzi alla politica parte dalla nostra assunzione del loro punto di vista, perché quello che ho imparato in questi anni lavorando quotidianamente con loro è che tutto quello che ti serve per poter lavorare con loro e per loro, sanno dartelo sul palmo della mano e sanno regalarti infiniti spunti di riflessione, visione e revisione prima di arrivare a sera. E’ questo il cambiamento che la politica deve fare, senza bisogno di cantastorie e giullari per richiamare platea, solo mettendosi in cerchio e ascoltando quello che hanno da dire.

I ragazzi, se si porge loro una mano, arrivano subito.

 

 


Responsabilità. Un concetto precario o un’assunzione a tempo indeterminato

Matteo Renzi: “Se non ci prendiamo le nostre responsabilità, il lento logoramento delle istituzioni corre il rischio di far perdere competitività e credibilità al Paese” (intervento di Matteo Renzi alla Direzione nazionale Pd del 13 febbraio 2014).

I “governi di responsabilità nazionale”, le cariche di responsabilità, i partiti dei “responsabili”.
Non è che in latino sia mai stato un’aquila, ma a logica mi verrebbe da pensare che la parola venga da respòndere, ossia rispondere a sé o agli altrui delle proprie azioni.
Bè, mi pare che negli ultimi tre anni Monti, Letta, Renzi, il termine l’abbiano usato con una frequenza ed un’intensità quasi hard core (e chi conosce la musica hard core sa cosa intendo…), ma poi hanno veramente risposto? Sono quelle litanie, che dopo un po’ diventano liturgie, come il Pater Noster in latino, appunto. E a forza di sentire le liturgie, molti al significato non ci fanno più nemmeno caso. Se di vera responsabilità si trattasse, nessuno dei tre avrebbe accettato un incarico di premier di un paese democratico senza passare dal voto.

Ammettendo anche la deroga che in momenti eccezionali la Costituzione conceda al Capo dello Stato di nominare l’esecutivo, è pur vero che non si può vivere di mille proroghe. Altrimenti le eccezioni diventano norme, e sempre sull’onda sorda delle liturgie, le difese del sistema alle deroghe si abbassano, fino a far perdere il significato della stessa giustizia. Che poi per inciso, il Partito Democratico ha rotto le scatole per vent’anni a Berlusconi perché rappresenta un’anomalia, per  poi avvalersi a più riprese e senza soluzione di continuità di eccezioni alla norma? Non mi pare che la sovranità popolare sia una voce dopo l’asterisco in calce alla Costituzione… 

Ma guardate bene che non voglio entrare nella polemica se sia democratico o meno quello che sta succedendo con Renzi e prima con gli altri sodali di coalizione. Quella, come l’ho vista animarsi in TV e su Facebook tra i miei contatti del PD e del M5S è soprattutto  stata resa come uno scontro fra due principi, entrambi sacrosanti: la libertà di scelta popolare, contro la necessità di far ripartire l’economia. Potremmo discuterne per anni e non c’è dialettica che ne possa far prevalere uno sull’altro. Fra le opzioni democrazia da pane e acqua o dispotismo e champagne, penso che chiunque assennato sceglierebbe democrazia e lambrusco.

Quel dibattito, essendo aporia, appassiona solo chi non ha niente da fare o chi difende posizioni faziose. Mi interessano le conseguenze dell'”assunzione di responsabilità” momentanea di Renzi e della dirigenza Partito Democratico eletta da iscritti e simpatizzanti elettori ultimamente.

Guardate, io alle ultime elezioni ho votato M5S, dopo anni di DS, sinistra e compagnia bella. Una volta devo avere pure votato Fini, e l’ultimo giro anche Monti alla camera. Non mi piacciono le rendite di posizione, i diritti acquisiti, le tradizioni cieche e le liturgie a memoria.  Uno, il mio voto se lo deve conquistare e basta, e pure se il massimo bene è il meno peggio stai sicuro che lo voto.

Ma non è questo il punto. Il punto è che, avendolo sempre esercitato quel diritto, mi è capitato di sbagliare, pagandone le conseguenze in termini di economici e sociali, come individuo nella collettività. E, almeno personalmente, sbagliare non mi fa stare alla grande, anche se credo faccia parte del gioco. Dicevo, ho votato M5S al Senato. Seguo con passione e -vi assicuro- tra mille contraddizioni gli alti e bassi dei miei attualmente eletti. Ne sono compartecipe. Se loro fossero assenteisti o se sbaglieranno politica, io sarò corresponsabile del loro fallimento. E a meno che non sia un amante del fallimento cronico, cercherò di meglio, il prossimo giro, e chissà, magari creando concorrenza politica, contribuisco pure ad alzare la qualità dell’offerta in campo.

Se Renzi dovesse fallire nelle tre cose che deve fare, e credetemi, non glielo auguro per niente, chi sarà responsabile? E se fallirà, se ne assumerà la responsabilità a tempo indeterminato cambiando lavoro, al contrario di quanto hanno fatto i suoi predecessori nominati dal PdR? Se poi invece riuscisse, gli storici potranno sempre dire che è arrivato il grande principe a salvare un popolo di piccoli sfigati, incapaci di far valere i propri diritti.

Chissà se, passi la prima (Monti), passi la seconda (Letta), alla terza il popolo italiano, anziché gridare contro il palazzo, imparerà con maturità a guadagnarsi col voto la soddisfazione leggera delle sue vittorie e la consapevolezza profonda dei suoi errori.


Caro vecchio Holden, in due parole, scusa tanto

Quella storia del “fuori tema!” mi dava sui nervi.

Non lo so. Il guaio è che a me piace quando uno va fuori tema”

Forse quindici anni fa era troppo presto, e fra noi non poteva funzionare. Lessi il tuo racconto per metà, poi lo abbandonai perché come gli altri tuoi amici non ti capivo fino in fondo. E non è che la storia di quel tuo week-end di clandestinità newyorkese fosse particolarmente eccitante…

Alla soglia dei trentadue, con colpevole ritardo, sento di doverti delle scuse.

Alla fine io sono invecchiato -anche se non sono ancora propriamente vecchio, il tuo autore è invecchiato -tre anni fa è morto, e tu invece sei rimasto giovane, alla faccia nostra. 

A legger bene, J. D. Salinger aveva trentadue anni quando uscì The catcher in the rye, nel 1951. Insomma, voglio dire, avrà avuto circa trent’anni mentre lo scriveva…Vuoi vedere che è per quello? Che bisognava essere più grandi per capirti?

La biografia di Salinger dice ancora che aveva in mente qualcosa di simile anche prima, tipo qualcosa sugli adolescenti border-line. Chissà, forse non avrebbe scritto la tua storia con la stessa profondità nei primi anni ’40 (anche perché in quel momento era in guerra, a vent’anni). C’è pure scritto che lui stesso lo definì un romanzo semi-autobiografico, sicché è tutto un gioco di specchi.

A 17 anni quando ero tuo coetaneo, eravamo molto diversi. Io a scuola andavo piuttosto bene, mi impegnavo, senza esagerare, ma ci mettevo dell’impegno. Credevo in alcune cose, anzi in un sacco di cose: l’amore, la famiglia, la collettività, la politica…roba così. Idee, o ideali, se preferisci. Più che stare ai bordi, ero sempre in mezzo. Mi piacevano delle cose e quindi avevo un atteggiamento piuttosto positivo nei confronti del mondo. Forse perché lo vedevo dall’ottica della provincia, da quel buco in cui sono nato, dove i principi sembrano valere qualcosa, perché in fondo la maggioranza dei miei concittadini sta abbastanza bene. Anche se poi non fa altro che lamentarsi. E se stiamo abbastanza bene vuol dire che quei prinicipi bene o male per un certo periodo hanno pure funzionato. Volevo però spostarmi da quel buco che poco a poco mi stava inghiottendo. Volevo vedere le cose da una prospettiva più centrale. Non dico venire a New York, cosa che forse ci avrebbe unito di più, ma almeno da una capitale europea, quello sì. Ed è poi quel che feci.

A te invece non piaceva nulla, te lo disse anche tua sorella Phoebe, quando quella nottetornasti a casa di nascosto . Andavi male a scuola, i tuoi non li reggevi, e pensavi che agli amici di te non fottesse più di tanto. Non sapevi nemmeno in cosa credere dato che tutto ti sembrava una bizzarra messinscena -a tratti triste, a tratti divertente- ma pur sempre una messinscena. Per questo ti facevano incazzare gli attori e compagnia bella (neanche io poi vado pazzo per il cinema).

Sai qual è il punto, Holden? Ora credo di saperlo anche io. Il punto è che tutti dicono di volerti in un certo modo. Educato, corretto, conforme alle regole, eccetera eccetera, come se chi sei veramente non importasse nulla. E certo che uno si dimentica chi è veramente. Ma la cosa più ironica è che tutto ‘sto interesse che mostrano per la tua condizione per me è una balla stratosferica. Voglio dire, magari ai tuoi più cari sì, come a tua sorella Phoebe. Ma agli altri, ho dei seri dubbi. Vuoi vedere che il loro interesse principale è la tua conformità? Se stai dentro al seminato, non ci sono problemi. La questione non è tanto se i principi siano validi o meno…io penso che alcuni lo siano, però pochissimi e semplicissimi. Una conclusione a cui era arrivato anche il buon vecchio Nazareno, con quella storia dell’amatevi gli uni gli altri eccetera eccetera, prima che lo appendessero mani e piedi ad un pezzo di legno.

Si fa un gran baccano in questi ultimi anni sulla questione dei principi. Ed io ne ho piene le scatole. Ho vissuto sette anni nel luogo dove si creano, i principi. Quattro poteri concentrati a produrre le leggi, regole, norme di comportamento, modelli di successo…tutta roba che da lì viene. Eppure è la città dove meno si applicano, dove ci sono più deroghe, eccezioni, violenze, sperequazioni, disuguaglianze.

Sai cosa mi ha fregato, Holden? Il paradosso delle tette. Un pensiero fisso, a quell’età. Quelle che sembrano più belle sono sempre rifatte. E in bella mostra. Uguale per i principi.

Le scuse te le devo perché non capivo com’eri fatto e ti volevo come gli altri. Diverso. Oggi invece ti direi, rimani così inaccettabile, perché è per questo se alla fine siamo diventati amici.